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Idles – TANGK: Recensione

Nella loro carriera ormai quindicennale, gli Idles hanno dimostrato di avere un’enorme qualità: evolversi senza perdere la propria innata riconoscibilità. Con “TANGK”, il loro quinto lavoro, siamo già alla seconda metamorfosi del progetto. Dopo un inizio grezzo e debitore del vecchio punk (“Brutalism” e il capolavoro “Joy As An Act Of Resistance”), gli Idles hanno compresso il loro suono disgregandolo in due album molto buoni come “Ultra Mono” e “Crawler”. Con quest’ultima uscita la loro evoluzione è arrivata alla piena maturità.

“TANGK” gioca ancora una volta di sottrazione. Ispirandosi alla bellissima The Beachland Ballroom del precedente disco, si lascia andare a una forma canzone rarefatta che avvicina gli Idles al pop come non era mai accaduto prima. Non il pop comunemente inteso, ma quello di gran classe a cui non tutti gli artisti sanno approcciarsi nel modo giusto.

In questo album gli Idles si lasciano probabilmente alle spalle i fans più duri e puri, che non facilmente capiranno il nuovo percorso, ma contemporaneamente dimostrano di essere capaci di una svolta a dir poco coraggiosa. “TANGK” sta agli Idles come “Kid A” ai Radiohead o “Pop” agli U2, due album non subito capiti ma che grazie allo scorrere del tempo sono entrati nel cuore di milioni di ascoltatori in tutto il mondo.

Basti l’ascolto dell’ostinato soffuso di IDEA 01, della cinematografica elettronica di POP POP POP, il crescendo emotivo nel ritornello “stonato” di Roy, il mood sacro di A Gospel e del primo singolo Grace con quel «No god, no king / I said, love is the thing» da pelle d’oca, e il sax finale di Monolith. Il resto dell’album alza i toni senza risultare mai fastidioso, attraverso nuovi inni di grandissima efficacia quali Gift Horse, l’altro singolo Dancer (in compagnia degli LCD Soundsystem), che ha lo stesso ruolo che era stato di Idioteque e Discothèque per Radiohead e U2, il riff rubato ai Kinks di Hall & Oates, il ritmo tribale alla Bow Wow Wow di Jungle, il post punk serrato di Gratitude.

Un album difficile, che ha bisogno di più ascolti per essere compreso appieno, ma che scommetto diventerà uno dei più amati della band di Bristol.

Andrea Manenti

 

 

Foto di copertina: Daniel Topete