Quando ci sei dentro, non te ne rendi conto. Vale un po’ per tutto: dalla politica ai grandi eventi storici. Lo stesso vale per la musica. Ci si accorge di aver vissuto una grande stagione soltanto quando si può volgere lo sguardo al passato. «Ah però, che buona annata!». E con la mente ti rivedi giovane, con quel ciuffo nero corvino che ti svolazza sulla fronte, la prima peluria, gli anni ruggenti. Emozioni vere.

Un amico sostiene che uno degli anni migliori per la storia della musica (la nostra musica, si intende) sia il 1991. Ne abbiamo parlato più volte, ci siamo guardati indietro e alla fine ci siamo trovati d’accordo. A qualcuno di voi sembrerà la scoperta dell’acqua calda. Per altri, invece, sarà una rivelazione.

Se vi suona strano, provate a fare uno sforzo. Fu un anno incredibile, di quelli che adesso possiamo solo sognarci. O forse chissà, fra una trentina d’anni saremo di nuovo qui a ripensare con nostalgia a quanti bei dischi uscirono nel 2020. Al momento ho qualche dubbio, ma mai dire mai.

Ecco dunque i 23 migliori album usciti in quella gloriosa annata. Ah, non è una classifica, l’ordine è assolutamente cronologico (settembre, in particolare, fu incredibile, vedrete). Come sempre, se ho dimenticato i vostri preferiti, segnalateceli.

Paolo

 

 

Dinosaur Jr – Green Mind (19 febbraio 1991)

Abbandonato dal resto del gruppo, nel 1991 J Mascis si ritrovò a fare tutto da solo. “Green Mind”, registrato quasi interamente dal leader, potrebbe essere considerato un suo disco solista, nonché il primo pubblicato da una major. Il risultato è un lavoro più melodico dei tre precedenti, più vicino al rock che al punk. The Wagon resterà uno dei loro singoli di maggior successo.

 


 

R.E.M. – Out of Time (12 marzo 1991)

In questo ottavo album, i R.E.M. riuscirono a creare il connubio perfetto fra l’indie-pop sbarazzino dei primi lavori e le atmosfere più cupe e riflessive dei dischi a venire. Un autentico capolavoro, che li portò al meritato successo commerciale grazie a brani entrati ormai nella storia come Losing My Religion e Shiny Happy People. Qui però vi facciamo riascoltare la struggente Half a World Away.

 


 

NOFX – Ribbed (26 marzo 1991)

Il 1991 fu anche l’anno in cui il punk californiano iniziò a carburare in vista dell’eplosione di una miriade di nuove band avvenuta a metà decennio. A guidare la corazzata sul versante dell’hardcore melodico erano senza dubbio i Nofx, che con “Ribbed” inaugurarono un suono irresistibile e riconoscibilissimo, divenuto il loro marchio di fabbrica. Un disco che resta tuttora nella loro Top 5 nonostante l’assenza di El Hefe alla chitarra.

 


 

Slint – Spiderland (27 marzo 1991)

Appresa la lezione dei Fugazi e quella del kraut rock, gli Slint inaugurarono la stagione del post-rock con un disco diventato seminale. Non esageriamo, infatti, nel definire “Spiderland” come uno dei dischi che hanno maggiormente influito sulla musica alternativa di tutti gli anni ’90 e non solo. Indimenticabile anche la foto di copertina, scattata da un giovane Bonnie “Prince” Billy.

 


 

Massive Attack – Blue Lines (8 aprile 1991)

Due settimane dopo la pubblicazione di “Spiderland” degli Slint, uscì un altro disco decisivo: l’esordio discografico dei Massive Attack. “Blue Lines” segnò la nascita del cosiddetto “Bristol sound”, poi ribattezzato trip hop, e il debutto di un vero e proprio collettivo di musicisti che ancora oggi è in grado di incantare.

 


 

Primus – Sailing the Seas of Cheese (14 maggio 1991)

Provate a definire il genere dei Primus: è impossibile. A posteriori, però, è possibilissimo intuire quanto siano stati importanti per chi è venuto dopo. “Sailing the Seas of Cheese” era una valigia piena di funk-metal, crossover e nu-metal pronta a esplodere negli anni a seguire. Le linee di basso di Les Claypool non stancano praticamente mai, così come le atmosfere surreali e taglienti di cui gode l’intero album. Rigodetevi il video di Jerry Was a Race Car Driver.

 


 

Smashing Pumpkins – Gish (28 maggio 1991)

Nonostante il capolavoro conclamato degli Smashing Pumpkins sia “Mellon Collie and The Infinite Sadness” (1995), il loro esordio del 1991 spicca per i suoni ruvidi, le influenze psichedeliche e le sfumature dream pop della voce di Billy Corgan. A conti fatti, il disco più noise della band di Chicago. L’unico che potrebbe essere definito veramente grunge.

 


 

Metallica – S/T (12 agosto 1991)

Il disco che ha spaccato in due la fanbase dei Metallica. Dal trash metal dei primi quattro lavori, nel cosiddetto “Black Album” la band americana diede vita a un suono più propriamente hard rock grazie anche a una produzione più curata e concentrata sulla sezione ritmica. I seguaci della prima ora si sentirono traditi, ma oggi, a quasi 30 anni di distanza, sembrano ormai aver fatto pace con il gruppo. E il “Black Album” non si tocca.

 


 

Cypress Hill – S/T (13 agosto 1991)

Caposaldo dell’hip hop americano anni ’90, l’esordio dei Cypress Hill ebbe l’importantissimo merito di introdurre nuove influenze nel rap più radicale. Campionamenti funky e ritmi latini fecero apprezzare il genere anche a chi all’epoca, di rap, ne masticava poco. E poi diciamocelo, questo album è la colonna sonora perfetta per un party da sballo vero.

 


 

Sebadoh – III (16 agosto 1991)

Dopo la separazione dai Dinosaur Jr, Lou Barlow si dedicò completamente alla produzione dei suoi Sebadoh, che con questo terzo album piantarono un paletto fondamentale nel vasto terreno dell’indie-rock. Un disco imprescindibile per chi si approccia al genere, soprattutto nella sua versione più lo-fi. L’apertura con The Freed Pig è meravigliosa.

 


 

Blur – Leisure (26 agosto 1991)

Tra i tanti importanti esordi avvenuti in questa splendida annata, non possiamo dimenticare quello dei Blur, arrivato ben tre anni prima rispetto al debutto dei nemici/amici Oasis. La pubblicazione di “Leisure” coincise con la fase calante dello shoegaze inglese e aprì le porte al brit-pop più nobile e sofisticato della band guidata da Albarn e Coxon. There’s No Other Way e She’s So High sono ancora oggi tra le maggiori hit del gruppo, ma noi vogliamo farvi riascoltare Bang.

 


 

Pearl Jam – Ten (27 agosto 1991)

Che dire, altro esordio e altra pietra miliare datata 1991. Dalle ceneri dei Mother Love Bone e dei Green River, con l’uscita di “Ten” prese vita uno dei gruppi rock più importanti del pianeta. Vista la loro città d’origine, i Pearl Jam furono frettolosamente etichettati come grunge. Ma al di là di alcuni importanti rimandi al sound di Seattle, la loro musica guardò da subito ben oltre quella categoria. Il brano migliore? Ne spariamo uno a caso, tanto sono tutti bellissimi. Oggi vada per Porch.


 

Talk Talk – Laughing Stock (16 settembre 1991)

L’ultimo disco dei Talk Talk è anche il più visionario, insieme al precedente “Spirit of Eden”. Un’opera che si snoda tra i silenzi e la voce del compianto Mark David Hollis. Tra accenni di jazz sperimentale, ambient e progressive, questo album, così come “Spiderland” degli Slint, spianò la strada al post-rock.

 


 

Guns’n’Roses – Use Your Illusion I (17 settembre 1991)

Nell’epoca in cui l’hard rock finiva in classifica, i Guns’n’Roses diedero alle stampe un lavoro ambiziosissimo che riuscì a mettere d’accordo tutti: dai ragazzini assetati di ballad per limonare fino ai metallari dal cuore tenero. “Use Your Illusion I”, forse più ancora di “Appetite For Distruction” (che resta comunque il loro album migliore), segnò un’intera generazione con canzoni diventate dei classici.

 


 

Bikini Kill – Revolution Girl Style Now (22 settembre 1991)

Uscito inizialmente soltanto su musicassetta, rigorosamente autoprodotto, “Revolution Girl Style Now” è il primo lavoro delle Bikini Kill. I suoni grezzissimi, quasi proto-punk, e la rabbia femminista sono le coordinate principali. Il movimento riot grrl inizia a farsi strada anche in musica. Un manifesto.

 


 

Primal Scream – Screamadelica (23 settembre 1991)

Un’autentica rivoluzione. Grazie ai Primal Scream, il rock iniziò a guardarsi intorno e a percorrere con coraggio le autostrade dell’elettronica. In “Screamadelica” il macigno si sgretola e si rimescola in una poltiglia magica e multicolore fatta di rave-music, dub, psichedelia, house e musica black. A dir poco spaziale.

 


 

Nirvana – Nevermind (24 settembre 1991)

Cosa si può dire di “Nevermind”? Ci siamo cresciuti tutti, lo abbiamo amato alla follia, lo abbiamo assorbito fino all’ultima nota, ascoltandolo e riascoltandolo centinaia di volte. Ci abbiamo suonato sopra, in cameretta, con le nostre chitarrine sottomarca. A un certo punto ci abbiamo pure pianto, ma quella è un’altra storia.

 


 

Red Hot Chili Peppers – Blood Sugar Sex Magik (24 settembre 1991)

Ora spostate per un secondo l’attenzione sulla data di pubblicazione degli ultimi tre dischi qui sopra. Vi rendete conto? Nel giro di due giorni uscirono “Screamadelica”, “Nevermind” e anche “Blood Sugar Sex Magik” dei Red Hot Chili Peppers. Che sogno. Qui vediamo Anthony Kiedis e soci al loro massimo (obiettivamente mai più raggiunto, se non in “One Hot Minute”, ma quello è un disco a parte), cimentarsi in una miscela esplosiva di funky, rap, punk e rock che ha fatto stragi in tutto il mondo.

 


 

A Tribe Called Quest – The Low End Theory (24 settembre 1991)

Eh sì, il 24 settembre 1991 uscì anche questo capolavoro rap, intriso per la prima volta di suggestioni jazz (non a caso compare anche il contrabbasso di Ron Carter) e di black music in genere, dai Funkadelic a Jimi Hendrix. L’hip hop della East Coast non sarà più lo stesso.

 


 

Superchunk – No Pocky for Kitty (30 ottobre 1991)

Oh, torniamo con i piedi nell’underground, e più precisamente nel sottoscala di un qualsiasi college americano. Nel 1991 i Superchunk fecero impazzire i punkrocker più introversi con le loro rasoiate a la Replacements in cui spiccava sempre un senso melodico invidiabile. “No Pocky for Kitty” è il loro migliore album prima della virata su territori più riflessivi.

 


 

My Bloody Valentine – Loveless (4 novembre 1991)

Come se non bastasse, il 1991 ci ha regalato anche il disco shoegaze per eccellenza. “Loveless” fu il frutto di due anni e mezzo di lavoro maniacale. Un’opera soffertissima, che portò alla gloria il suo autore Kevin Shields prima di chiudere la baracca dei My Bloody Valentine per i successivi 22 anni. Inutile sottolineare l’importanza che ha avuto questo album per tutte le band che hanno fatto del noise, così genericamente inteso, il loro marchio di fabbrica.

 


 

U2 – Achtung Baby (18 novembre 1991)

Pur non essendo grandi fan degli U2, bisogna riconoscere che Bono e soci, soprattutto negli anni ’80, hanno dato alle stampe una manciata di dischi che non andrebbero mai sottovalutati. “Achtung Baby” arrivò al culmine di questa loro fase maggiormente ispirata, sciogliendo definitivamente i lacci che li tenevano legati agli Eighties e segnando, di fatto, il livello più alto mai raggiunto dalla band irlandese. La firma di The Edge in questo disco rimarrà indelebile.

 


 

Teenage Funclub – Bandwagonesque (19 novembre 1991)

A chiudere alla grandissima questa annata di capolavori ci pensarono i Teenage Funclub con il loro disco rivelazione. Lievemente più acerbo del suo successore, “Bandwagonesque” rappresenta la miscela ideale tra il power-pop inglese (mescolato ai Byrds e ai Beatles, naturalmente), e l’indie-rock americano più improntato sul rumore. Una vera goduria in grado di influenzare sia l’imminente brit-pop, sia gente tipo Kurt Cobain.