La trama è chiara, i contorni essenziali, Hide Vincent ci mette tutto il resto. Le radici dell’omonimo debutto del cantautore campano per I Make Records affondano nel folk più agrodolce. Anticipato dal singolo Blood Houses, le dieci tracce del disco scompongono minuziosamente le sensazioni per poi riordinarle, attingendo sia dall’esperienza personale (Father), che da percezioni altre, primordiali, in modo strutturato e maturo. Il cantato che si sovrappone agli accordi semplici non è mai invasivo, è caldo e avvolgente e conferisce intensità all’insieme. A tratti ricorda perfino quello del potente Sun Kil Moon.

Hide Vincent mostra il lato più sincero di questo cantautorato, vestendo le sue canzoni di archi e piacevoli percussioni, senza mai snaturare il racconto. È in grado di prendere per mano e accompagnare dolcemente, a tratti accelerando sul ritmo, all’interno delle sonorità che propone. Così l’atmosfera si distende (Things I Did Today, White Sun) e si incupisce (Black Poetry, Crave) creando un disegno esaustivo di questa opera prima.

L’omaggio a Damien Rice è esplicito e non potrebbe dichiararlo in modo migliore che con la splendida Delicate, che impreziosisce ulteriormente l’esordio del giovane. Da qui ci si avvia alla fine di questa piccola escursione nella natura e nei sentimenti. Il finale (Yellow Lights and Blue Seas) si manifesta nella parte più viscerale, rivelando l’unica conclusione possibile per questo lavoro, come un giorno che inevitabilmente si spegne e con le luci ormai soffuse. L’inizio del cammino è stato ottimo.

Caterina Gritti