Nel fresco contesto post-ufficio di un anonimo lunedì 15 febbraio, accolto dall’arredamento radical chic del Gattò e da scaglie di pane carasau cosparse di eccellente olio abruzzese, Fiorino riporta a Milano il suo spettacolo “Il masochismo provoca dipendenza”, col quale da oltre un anno gira l’Italia e che prende il nome dal suo primo album, uscito nel gennaio del 2015 per la Frivola Records / Audioglobe. L’accompagnamento delle tastiera di Shiva Bakta (all’anagrafe Lidio Chiericoni, anch’egli cantautore spezzino) ormai non è più un’eccezione ma il frutto di un sodalizio consolidato.

Alle 20:00 spaccate inizia lo show.

La chitarra mancina di Fiorino parte leggera con “Senso di colpa”, ma l’atmosfera soft della canzone si sgretola velocemente e lasciando posto al groove che merita un ritmo in 2/4. Con “Amanda” e “La buona occasione” vengono alla luce le contaminazioni degli ascolti cantautoriali del recente passato italiano (Graziani e Dalla su tutti) e inizia a emergere uno dei due temi maestri dell’opera fioriniana: storie d’amore improbabili e, quindi, finite male, raccontate con sapiente ironia e attraverso una poetica fresca e ricercata.

Il pubblico, che riempie il locale, apprezza.

L’altro cardine tematico è il mare, cantato dal punto di vista di chi lo vive per lavoro. A introdurlo è, com’è giusto che sia, il singolo “L’esca per le acciughe”.

Ma c’è un’altra, fondamentale, componente della verve di Fiorino, che non può non essere raccontata: il piglio teatrale, scanzonato e ancora una volta ironico con cui introduce i brani. Non sono quindi solo le canzoni a parlarci delle storie di “Mauro”, di un “Verme solitario antropomorfo”, dei “Caratteri dominanti” o di una certa “Borghesia napoletana” – che resta la mia canzone preferita.

Il pubblico, attento e copioso, apprezza e si diverte.

A chiudere il concerto tocca a “Canzone senza cuore” (unico brano non presente nel disco) e a tutta la carica urlata e sudata di “Stoner di Portorotondo”.

In definitiva un’esibizione in cui trova libero sfogo l’arte compositiva e strumentale di Fiorino, che riesce a tenere insieme, da un lato, quella vena goliardica di chi non si vuole prendere troppo sul serio, e, dall’altro, un ottimo lavoro di ricerca musicale e di rivisitazione del cantautorato più classico, alla luce di una netta personalità e ben sottolineato dalla cura degli interventi pianistici di Shiva Bakta.

Mirko Catani