Una premessa

Ascolto da quasi un anno il fortunato podcast di Rob Harvilla, autore di The Ringer, sulle 60 canzoni che spiegano gli anni ’90. A oggi sono stati pubblicati già 68 episodi. La narrazione è divertentissima, la scrittura brillante, ha un gran ritmo, a momenti sa essere anche toccante.

In 60 Songs That Explain The 90s Harvilla parla di musica, ma diventa un ottimo pretesto per raccontare un’epoca. Uno dei concetti ricorrenti che il conduttore tenta di spiegare a chi nei 90s non era ancora nato, idea-cardine con cui noialtri boomer siamo cresciuti, è quello di sell-out. I musicisti cresciuti in ambito indipendente che a un certo punto si “svendevano”; quelli che rinunciavano a una presunta integrità artistica con cui inizialmente intrattenevano nicchie, per allargare la platea e imbottire il conto in banca, consegnandosi nelle mani del diabolico corporate show business. Questo, quando ancora la linea demarcazione che divideva il mainstream dalla sfera indie (o alternativa come si chiamava allora) era molto netta.

Racconta Harvilla di come in quei formidabili anni le band indie che firmavano per etichette major erano considerate alla stregua di traditori, venivano spesso rinnegate dalla fanbase più fidelizzata. Nota per i più giovani: una delle prime punk boy-band, i Clash, firmò con la CBS nel 1977, quindi a ben vedere avremmo dovuto già possedere gli strumenti per capire che l’integralismo musicale era un approccio piuttosto discutibile anche nei 90s.

Oggi il concetto di sell-out risulta ai più quasi incomprensibile o perlomeno molto annacquato: da anni mainstream e circuito indipendente vanno a braccetto e non si scandalizza più davvero nessuno quando percorrono ampi tratti di strada assieme.

 

I Cosmetic hanno davvero paura?

Questa premessa insopportabilmente didascalica mi serve a introdurre “Paura di piacere” (To Lose La Track e Coypu Records). Si tratta del titolo – un po’ paraculo, ma soprattutto molto ironico – del nuovo LP dei romagnoli Cosmetic, quartetto storico della provincia di Forlì-Cesena, attivo dalla fine degli anni 90. Sei album e numerosi EP alle spalle, varie centinaia di palchi calpestati, hanno collaborato con alcune delle più interessanti etichette italiane (Tafuzzy, Cane Andaluso, La Tempesta e, da “Core” in poi, sono approdati su To Lose La Track) e vantano addirittura una action figure con le sembianze di Bart, fondatore, voce, piano, synth e chitarre della band.

I Cosmetic, per scelte artistiche e per estrazione anagrafica, si sono ritrovati a far parte della intransigente scena indipendente che dalla fine dei 90s ha importato certi suoni (il post-hardcore, l’emo, lo screamo) e soprattutto una certa mentalità, quella del DIY, in Italia. Quel movimento che ha visto tra i tanti protagonisti formazioni come Eversor, Fine Before You Came, Altro, Gazebo Penguins, Laghetto, Raein, Do Nascimento per citarne solo alcuni e farsi così numerosi nemici. Il travaso da quella scena indipendente al mainstream non è mai davvero avvenuto, con la parziale eccezione dei Fast Animal Slow Kids.

Quindi hanno davvero “paura” di piacere a un nuovo pubblico i Cosmetic con il loro nuovo album? Oppure temono di scontentare i fan della prima ora o quelli guadagnati durante la ventennale carriera? Anche loro stanno per vendersi alle major e tradire i sacri ideali degli indie-kids? Sono diventati “commerciali”?

La risposta a una sfilza di domande retoriche, per non dire proprio sceme, è abbastanza scontata. Per attitudine ed esperienza accumulata, i Cosmetic non devono dimostrare nulla a livello di credibilità, non credo debbano convincere più nessuno, non credo abbiano in realtà alcuna paura, né bisogno particolare di piacere più o meno di quanto già piacessero prima. Questa è l’idea che mi sono fatto.

Se è vero che già dal 2019 alcune sonorità della band hanno virato verso un certo pop (dream-pop?), le radici rimangono solidamente aggrappate alle loro origini, anche se stavolta le chitarre non sono più sole al centro dell’universo Cosmetic. Emerge forte una voglia di esplorare nuovi territori, armati di curiosità e versatilità. Sembra una band in naturale evoluzione.

Alcuni indizi sulle nuove traiettorie musicali dei Cosmetic erano infatti già lampanti nel penultimo album, “Plastergaze”: Scranio, In Faccia Al Mondo e ancora prima Bolgia Celeste su “Non Siamo di qui”, che è del 2009. In “Paura di Piacere”, la band sembra completare l’atterraggio nel pianeta pop iniziato da tempo. Già il singolo La Luce Accesa, uscito nel 2021 per anticipare il nuovo lavoro, era una indicazione chiara.

Le atmosfere si fanno eteree quasi alla Beach House (vedi anche Balena e Morsi), viaggi liquidi prendono il posto delle solite e solidissime chitarre in faccia. Che pure non mancano, come nella bisbetica TTTT o in Supermoine (ma anche Zucca, Anni 90, Riopetra). Emerge il coraggio di mettere a nudo un’anima che in realtà, alle orecchie più attente, non era mai stata davvero nascosta. I Cosmetic sono sempre rimasti fieramente a cavallo fra pop e slanci indie-rock, splendidamente combattuti tra melodie romantiche e sfuriate noise, indecisi fra virate psichedeliche e brani più sognanti. Forse camminare su questo crinale sottile è la loro vera cifra stilistica.

 

Dentro il disco

Oggi la musica dei Cosmetic è frutto di un lavoro più corale, suona più stratificata e al contempo più orecchiabile. All’emo e all’alt-rock dei primi album si sono aggiunte intemerate shoegaze (nu-gaze?) dove i synth prendono il sopravvento e la sensibilità della band esce allo scoperto: esempio perfetto è la delicata Morsi con il feat. di Vrcvs. Più pop significa più melodia, ritornelli più canticchiabili, strutture musicali apparentemente meno ostiche e più accessibili.

Forse è per un desiderio di comunicare in maniera più diretta, ma anche i testi risultano meno astratti, lambiscono il cantautorato. Stavolta c’è spazio anche per sentimenti come l’allegria, la leggerezza, la quotidianità che si affiancano alle consuete componenti di nostalgia, disagio e inquietudine affrontante con ironia, impasto che ci riporta al Romagna State Of Mind.

La mano di Straccia si sente forte in brani come Zucca, dove non difetta l’irruenza ma si osa perfino uno straniante autotune, per dare ancora più energia al power-pop weezeriano e nella ubernostalgica Anni 90, un instant classic dove si elencano le stelle polari, i cliché e si ironizza su quanto abbiamo bisogno di essere rassicurati da certi suoni e certi linguaggi. In Aquila, epica e potente, affiora qualcosa dei primi Arcade Fire; synth fragorosi inondano le nostre orecchie, con le voci di Bart e Alice che si intrecciano armoniosamente su un ritmo sempre incalzante.

In Laccio d’amor, i riverberi e delay, fra DIIV e The Pains Of Being Pure At Heart, rendono perfetto l’interplay tra tastiere e gli strati di chitarre che grattano forte (quando è il momento). Si avverte una certa influenza dei MBV, mentre incanta la linea melodica sognante di Alice e un pianoforte tiene tutto magicamente insieme. Uno degli highlights dell’album è RIOPETRA, che esplora il background forte che lega i Cosmetic alla loro provincia, brano in cui non esitano a tornare ai loro impeti emo. Chiude la grintosa Martino, dove sembra di riascoltare i migliori Verdena.

 

Una conclusione

Dentro “Paura di piacere” ci sono meno graffi e più carezze, meno ruvidità e distorsioni, suoni mediamente più puliti, ma non manca mai quel fuoco sacro che brucia sottopelle. La timidezza non si traveste più da aggressività, ma arriva spesso nuda, grazie a ritornelli che sembrano quasi sussurrati. Il fatto che tutto questo per alcuni possa significare maggiore radiofonicità (ma magari le radio italiane si riempissero delle loro canzoni!) non toglie un centimetro allo spessore di “Paura di Piacere”.

A ben vedere non c’è nemmeno davvero una svolta radicale. Chi aveva saputo interpretare i segnali già ampiamente disseminati nei lavori precedenti non si sorprenderà troppo oggi davanti alle aperture pop dei Cosmetic, che rimangono fedeli alla loro storia e coerenti con la loro musica che da vent’anni ci strizza il cuore. E se per farlo oggi suonano un po’ più i synth delle chitarre, beh, così sia, fatevene una ragione.

 

Andrea Bentivoglio