Milano, 2 aprile 2019

Fortunatamente quando arrivo all’Alcatraz il concerto non è ancora iniziato. Anzi, quando io e la mia amica varchiamo le porte del locale, non c’è ancora il pienone. Questo ci permette di arrivare anche abbastanza sottopalco, anche se nell’aria annuso già la mia solita maledizione. Quella di ritrovarmi dietro a uno spettatore molto più alto di me.

Piano piano la gente inizia ad aumentare a vista d’occhio. Le fronti iniziano a imperlarsi di sudore, le birre a scaldarsi, quelli alti a pararmisi davanti. Anche gli animi iniziano a scaldarsi, in trepidante attesa di Fausto Lama e Francesca California, aka Coma_Cose.

Ed eccoli lì. I ragazzi salgono sul palco con un outfit di coppia spettacolare: uno zebrato a strisce nero e senape in perfetta sintonia. E quale modo migliore per accogliere il loro pubblico milanese se non ripetendo il mantra “Hype Aura” contenuta nella traccia d’apertura dell’omonimo disco?

“Comunque vada l’inizio
Alla fine saremo solo io e te
Con i nostri mostri e sentimenti
Quindi non preoccuparti se hai paura”.

Con questo primo gioco di parole (uno dei tanti che mi fanno apprezzare i Coma_Cose) mi sento quasi rassicurata e posso godermi il live con un po’ di leggerezza. Sullo sfondo, pannelli di luci accecanti che cambiano immagini in base ai testi delle canzoni. Quando parte Granata, dei giganteschi fichi d’india si materializzano sugli schermi. Il live è appena cominciato e i Coma_Cose sono più carichi mai; portano in scena tutte le tracce del loro primo album più quelle vecchie: Jugoslavia, Deserto, French Fries, su cui si scatena il panico. Hanno un’energia trascinante: il pubblico è coinvolto, è felice, canta a squarciagola, conosce le rime a memoria e balla senza freni inibitori. Senza paure.

Non ho mai amato il rap, ma i Coma_Cose non sono solo rap. Sono molto di più. Sono l’espressione in musica di una città come Milano, che si può amare tanto, quanto odiare. Sono “attitudine urbana”, come spesso si sono definiti. Sono i riferimenti alle piccole cose della vita quotidiana. Sono i giochi di parole che si incastrano alla perfezione, alcuni più facili da cogliere, altri meno, e sicuramente più raffinati e sottili. Sono le citazioni ai grandi della musica italiana, come Battisti e De Gregori, e sono citazioni delle loro stesse tracce. Questa cosa di auto-citarsi mi fa impazzire: come in San Sebastiano in cui citano frasi tratte da Deserto e Anima Lattina.

Il live continua più o meno senza soste, tra brani del nuovo album come Via Gola e quelli del vecchio EP. Il duo ogni tanto chiacchiera con il pubblico, ringraziandolo per il supporto ricevuto in questi anni. Racconta del suo primo approccio al progetto ascoltando Good Vibrations in cameretta e introduce così Beach Boys Distorti. Pakistan coinvolge il pubblico in un unico sentimento e chiunque può finalmente urlare “Ti auguro il peggio!” a chi gli ha fatto del male. Sul palco poi salgono anche i Mamakass, con i quali suonano il brano registrato insieme nell’ultimo album, Mariachidi, e invogliati da Francesca gli spettatori iniziano a ondeggiare le braccia in aria.

I Coma_Cose non possono lasciarci senza un bis: così per l’ultima volta sganciano la loro Granata sul pubblico e la bella Mancarsi, una delle mie preferite del nuovo album, insieme A Lametta e a Squali. Il concerto è finito e andrei volentieri a farmi “l’ultimo da Peppuccio”, ma torno a casa, con la certezza che i Coma_Cose abbiano iniziato la loro rivoluzione.

Mariangela Santella

 

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Ph: Nicola Braga

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