PROLOGO. Al mio primo concerto di Charlemagne Palestine andai con l’amico Lele, owner dell’etichetta Alga Marghen, che da anni cura l’archivio delle registrazioni del poliedrico artista newyorkese. Ho pochi ricordi e abbastanza confusi, perché sono passati circa 10 anni.

Il teatro era quello degli Arcimboldi e la prima cosa che il musicista fece avvicinandosi al pianoforte fu chiudere la ribaltina che protegge la tastiera e iniziare a percuoterla ritmicamente. Per circa 10 minuti. Confesso che non capii. E francamente non pensai nemmeno più a Charlemagne Palestine, fino allo scorso giovedì 24 gennaio, quando mi ritrovai alla Chiesa di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa di Milano, accartocciata su un inginocchiatoio, inondata dalla luce blu dei neon dell’ultima installazione di Dan Flavin, in estasi completa. Ma andiamo con ordine.

NON C’È NIENTE DA CAPIRE

La prima cosa che mi balza all’occhio se ripenso ai due concerti, è sicuramente l’indubbia maturità di ascolto che ho macinato in questo tempo passato a fruire ogni genere di musica prodotta principalmente nell’emisfero boreale. E questa maturità mi ha portato a capire che non c’è alcun bisogno di capire. La razionalizzazione aiuta in molti casi a decodificare l’esperienza, a incanalarla entro i paletti del conosciuto. Ma quando si passa dalla dimensione di un concerto a quello di una performance, cercare di capire – invece che agevolare – spesso ostacola. E la musica di Charlemagne si qualifica senza ombra di dubbio in questa seconda categoria. Perché al cospetto delle sue architetture sonore l’unica cosa sensata che si possa fare è abbandonarsi. Senza la pretesa di riconoscere porti conosciuti. Senza la paura di perdersi dentro territori inesplorati. Semplicemente godendo con ogni centimetro del padiglione auricolare e non.

TORMENTO ED ESTASI

È da anni che sogno di scrivere di questo binomio, forse perché un mio ex fidanzato di cognome faceva Tormento, anche se io dell’estasi non condivido granché.

Sta di fatto che non saprei trovare altre parole per descrivere l’epifania di giovedì sera.

Chiesa stracolma di avventori, pochi posti a disposizione, per la maggior parte scomodi.

E curiosamente disposti in modo tale che più che guardare il performer ci si guardava tra di noi. Io, dietro a una colonna, rannicchiata sull’inginocchiatoio di una panca, a pochi centimetri dal marmo ghiacciato del pavimento, in una posa che ricordava molto Kurmasana, la posizione della tartaruga nello yoga. Ecco, se c’è qualcosa che lo yoga mi ha insegnato è riuscire a stare nella scomodità e ciononostante riuscire a concentrarsi.

Forse se non avessi avuto questa scuola, non avrei potuto chiudere gli occhi ed entrare in meditazione dopo circa 2 minuti e mezzo di vibrazioni provenienti dalle canne dell’organo Mascioni, sulla navata destra della chiesa.

Sta di fatto che anche questa volta, come 10 anni fa, non ricordo quasi nulla, se non un’incredibile intreccio di bordoni, che si sovrappongono l’uno all’altro e, stratificazione dopo stratificazione, costruiscono un castello sonoro dentro al quale perdersi, desiderando non uscire più.

Posso affermare con assoluta certezza che dopo un’ora e mezza tutti gli astanti, me compresa, sono usciti dalla Chiesa con l’anima più pulita di un lenzuolo fresco di bucato. Straniti, sorridenti e felicemente disorientati da questo straordinario viaggio nell’altrove.

L’ORECCHIA D’ELEFANTE DEL GARGHET

La serata si è conclusa poi nel miglior modo possibile: l’allegra compagnia formata da me, Charlemagne, la dolcissima moglie Aude, i fidi amici Lele e Andrea e il delizioso Ruggero, fondatore di Terraforma e organizzatore del concerto con Threes Productions, si è diretta verso il Garghet. Potevamo forse farci mancare ce

rvella, animelle fritte e cotolette grandi come carte geografiche, in pura tradizione milanese? Il ricordo della cena rimarrà però principalmente legato al pianista che si esibiva a 5 centimetri e mezzo dal nostro tavolo, e che nella mia memoria ricordava tanto Fedele Confalonieri in accompagnamento al Cavaliere sulle navi da crociera. La cosa più divertente era che al posto degli spartiti aveva un borderò della SIAE, sul quale annotava subitamente le hit eseguite.

Dopo un paio di bottiglie di vino l’atmosfera si è sciolta definitivamente portando tutti a intonare “Que serà serà con gran sorrisi stampati in viso e la consapevolezza di aver assistito da attori o spettatori a qualcosa di molto più di un semplice concerto: la condivisione di uno sciamanico rito di purificazione che porta a galla l’essenza vera dello stare al mondo.

La Vedova Tizzini