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Calibro 35 – Momentum: Recensione

Dopo una Retromania agguerrita e appuntata sul petto come medaglia al valore, i nostri ragazzacci l’hanno spuntata: combattendo a denti stretti il loro tempo, vincendo ogni manierismo, finalmente sono giunti al loro miglior album, e chi se lo aspettava. I Calibro 35 hanno fatto un’eccezione questa volta: si sono rinchiusi nel loro studiolo di fiducia, il TestOne, quello del primo album, ma con punti di riferimento e coordinate disparate, confermando ciò che di meglio sanno fare, certo, ma allungando e dilatando come fanno quelli di Londra, quelli che suonano il jazz più cool, avete presente la scena più seguita scritta e osannata d’Europa?

In “Momentum” il jazz e il funk si combinano, la miscela con-diviene, insomma si trasforma grazie alla relazione, alle imprevedibili strade della musica globale e globalizzata che i nostri sembrano avere sempre più come orizzonte, culturale e non solo. Il rap c’è, eccome, per esempio nel pezzo che, forse, più e meglio racchiude il “flusso” della prima parte del disco, Stan Lee, insieme a quel poco di buono Illa J, uno che te lo raccomando.

Eppure, sì, non diresti mai questi chi sono, anzi, con una ben ragionevole argomentazione opteresti per i Calibro, proprio loro, i milanesi impazziti per le colonne sonore, i poliziotteschi anni ’70, quei tipi così funk e così fuori tempo massimo da renderceli vicinissimi. Un film, “Arrival” il titolo, fantascienza e distopia distillati sapientemente, ci insegna che il tempo e la lingua sono circolari, il segno e le categorie temporali trovano nella figura del cerchio il senso, un’inedita condizione significante. Forse i Calibro non lo ammetterebbero, ma si sono trovati a tu per tu con il presente e hanno fatto bene a non rifuggirlo.

Si può rimanere sé stessi, abbeverarsi a piene mani nei seventies, furoreggiare tra lamiere e pistole, e proprio così testimoniare, da contemporanei e vivi e vegeti.
Nel film suddetto gli alieni vennero fraintesi: il loro linguaggio criptico, così complesso da decifrare, non presupponeva una sfida, né tantomeno l’inizio di un attacco, era piuttosto un invito, una grande e irripetibile occasione di poter guardare dallo stesso punto, dal medesimo angolo visuale passato presente e futuro.
I Calibro 35 ce l’hanno fatta. Con questo album si è qui e altrove: qualcuno di voi osa chiedere di più all’arte?

Alberto Scuderi

 

Leggi qui il nostro report del live dei Calibro 35 al Fabrique di Milano