Per entrare nel cuore dell’ascoltatore, un disco deve essere innanzitutto riconoscibile. Non parlo soltanto dello stile, della perizia tecnica o del messaggio più o meno recondito contenuto nei testi. Parlo soprattutto dell’atmosfera, dell’aria che tira dentro le canzoni e del sapore che rimane in bocca al termine dell’ultima traccia. In poche parole, dello spazio in cui un disco è capace di trascinarti e nel quale desideri tornare ancora e ancora.

“Skysurfers”, l’esordio discografico dei lombardi Bluedaze, colpisce nel segno disegnando di brano in brano un’atmosfera sognante, al limite del surreale. Pare quasi di restare sospesi in un luogo altro, poco adatto a un uomo o una donna qualunque, dove la forza di gravità è smorzata, inconsistente, o perfino annullata. Merito di un dream pop ben calibrato, mescolato a rimandi sintetici mai forzati e a qualche stoccata psych che di certo non fa male. Il genere non è perfettamente definito, lo avrete capito, ma non è questo che importa. Perché definita è la direzione verso cui tutti i membri della band remano (anzi surfano), all’unisono. Dalle chitarre di Manuel Cazzola, alla sezione ritmica affidata a Francesco Sergnese (basso) e Nicolò Cagnan (batteria).

Registrato a La Sauna New Recording Studio di Varano Borghi (Varese), ahimè chiusa definitivamente da qualche mese, “Skysurfers” dei Bluedaze gode di incisi strumentali preziosi e di una voce, quella di Elisa Begni, che contribuisce in maniera decisiva alla resa di quanto si è detto sopra. Un altro tocco importante lo ha dato Martino Cuman dei Non Voglio Che Clara, qui in veste di produttore artistico.

Difficile individuare un brano migliore dell’altro. A mio gusto voterei per l’accoppiata Fuel And Cigarettes e Please, più energica la prima e piacevolmente zoppicante la seconda, ma si potrebbero citare anche i due singoli Hodad e Dreamwalk. Nella musica della band varesina è praticamente assente il richiamo a qualsiasi forma di italianità. Niente cantautorato da tre soldi e nemmeno un accenno alla copia itpop di qualche altra copia del passato. Il progetto dei Bluedaze, al contrario, si cala con personalità in un universo sonoro a tinte internazionali molto marcate, e ben venga. Il rischio, semmai, è quello di non riuscire ad arrivare alle grandi masse. Ma è davvero un rischio?

Paolo

 

Per comprendere meglio il mondo dei Bluedaze, abbiamo scambiato quattro chiacchiere direttamente con loro. Ne è uscita questa intervista:

Ciao ragazzi, ascoltando “Skysurfers” ci ho trovato una buona dose di dream pop, qualche accenno di funk, synth pop e del sano psych rock. Manca qualcosa?

No, sembra che ci sia tutto! Come avrai capito ci piace giocare un po’ e vedere cosa viene fuori durante il processo creativo, senza darci dei veri e propri punti di arrivo obbligati. Pensa, si potrebbe quasi dire che non abbiamo le idee proprio chiarissime e in effetti probabilmente è così. Ma troviamo che non sia affatto un male!

“Skysurfers” descrive un’atmosfera sognante. In quale atmosfera avete vissuto voi, come band, durante le registrazioni?

Atmosfera è la nostra parola preferita! Ci teniamo tantissimo, tutti e quattro. Quando abbiamo lavorato a “Skysurfers” abbiamo cercato di farlo sempre nella maniera più rilassata possibile, dandoci molto tempo per vagliare diverse soluzioni e metterci alla prova. In testa avevamo il sole dell’oceano portoghese dove eravamo appena stati in viaggio, ma anche la luce obliqua e malinconica del Lago Maggiore. Ci piacciono gli spazi aperti, le stagioni che cambiano. Il bello e decadente. Il tempo passato insieme a ridere come idioti di cose veramente idiote.

Esiste un prototipo di “skysurfer”? Un artista o un personaggio letterario (o cinematografico) che incarna quelle caratteristiche lì?

Non esiste un prototipo vero e proprio, è più un’attitudine, un modo di affrontare la vita. Per noi lo Skysurfer è quello che riesce a stare in equilibrio – o per lo meno ci prova – tra tutte le difficoltà di ogni maledettissimo giorno. Sempre in bilico tra una crisi economica, uno scampato pericolo e un sogno da realizzare. Insomma: ognuno di noi, ogni giorno. A volte ci sembra di impazzire, ma nonostante questo, non perdiamo un centimetro del nostro smalto. C’è la musica, ci sono gli amici, un mondo intero da esplorare. Ecco quello che ci porta a surfare il cielo ogni volta.

Il mio brano preferito del disco è Fuel And Cigarettes, i vostri? Non vale glissare.

Ehi ottima scelta! Ci sono brani che hanno avuto una gestazione più travagliata di altri, come Drive Away, per esempio, o Geography. Sicuramente Fuel And Cigarettes è quella che ci diverte di più suonare. Ma probabilmente la-più-preferita-di-tutte è FOMO. Perché si balla, anche se parla di essersi persi da qualche parte lungo il percorso.

Avete registrato alla storica Sauna New Recording Studio, recentemente chiusa dopo tanti anni di glorioso lavoro. Quanto c’è di quel luogo, di quelle persone, nel vostro disco?

Quel posto è magico, per tanti motivi, e ci mancherà moltissimo. E’ stato la casa e il rifugio creativo di tanti altri prima di noi, con quel suo sapore vintage e quella vista incredibile su uno dei laghi più belli e malinconici della provincia di Varese, il lago di Comabbio. Tutti elementi che avrebbero fatto diventare matto chiunque, figurati noi che malinconia, lago e vintage ce li abbiamo nel DNA della band fin dal principio…

“Skysurfers” è il vostro album d’esordio, ma so che tutti voi frequentate da tempo la scena lombarda e non solo. Al di là delle enormi difficoltà tecniche ed economiche che la musica vive in questo periodo di pandemia, in quale stato di salute si trova, in termini artistici e creativi, il vostro/nostro ambiente?

Domanda tanto bella quando difficile! Sforzandosi di dimenticare per un attimo la pandemia e le conseguenze catastrofiche che ha avuto sul settore, dobbiamo ammettere che le idee nel nostro paese non mancano e che a livello artistico non ce la si passa poi così male. Negli ultimi anni c’è stata una bella crescita tra artisti e addetti ai lavori che ha generato un fermento importante sia a livello “mainstream” che “underground”. In particolare apprezziamo moltissimo gli artisti che riescono a portare avanti progetti dal sound internazionale. Band come Bee Bee Sea o Vanarin, che sicuramente conoscete, hanno raggiunto ottimi risultati di questi tempi, ma ce ne sarebbero sicuramente anche altre da menzionare! Di musica indipendente ci capita di ascoltarne davvero parecchia, però (dato che tre di noi lavorano assieme in una radio!) non possiamo non scorgere anche delle criticità: in primis, la nascita costante di artisti “copia della copia della copia dell’artista X”. Nulla in contrario a progetti derivativi o a tentativi di rivisitazione, ma troppo spesso le proposte scadono nell’impersonalità, facendo anche venir meno la credibilità della musica. In secondo luogo, senza voler essere esterofili a prescindere e scivolare nel relativismo, sentiamo un po’ la mancanza di una varietà sonora rispetto ad altri paesi non troppo lontani da noi, dove ci sembra trovi valore una gamma di “generi musicali” molto più ampia (ci fanno sempre un po’ invidia le line-up dei grandi festival europei dove condividono i palchi artisti nu-jazz con trapper o band metal con producer di musica elettronica d’avanguardia).

In un’immaginaria “battle of the bands”, con quali gruppi vorreste misurarvi e perché? Vale tutto eh…

Ah beh, ma se vale tutto allora sicuramente i Cardigans, per vedere se davvero ci assomigliamo così tanto come spessissimo ci è stato detto!

Se le vostre canzoni fossero cantate in italiano, come suonerebbero? Ci avete mai provato o non ci pensate proprio?

Se scrivere in italiano o in inglese è stata una delle cose su cui ci siamo interrogati di più, in verità! Abbiamo poi scelto l’inglese principalmente per due motivi. Il primo è una promessa che ci siamo fatti fin dal principio: nel progetto Bluedaze ognuno si sarebbe dovuto impegnare ad andare sempre un pochino più in là dei suoi limiti. Elisa non aveva mai scritto in inglese e quindi ha pensato fosse il momento di provare. Il secondo motivo invece è un po’ più “ideologico”, se ci concedi il termine. Scrivere musica in italiano, soprattutto negli ultimi anni, ha significato usare non solo una lingua ma anche un vero e proprio stile di scrittura, una sorta di retorica comune, nella quale non ci sentivamo molto a nostro agio. Non era la nostra e non corrispondeva al nostro sentire. Attraverso l’inglese ci saremmo potuti muovere in una dimensione diversa, più vicina anche ai nostri ascolti musicali, che – al momento – sono quasi tutti internazionali. Ma ovviamente mai dire mai. Le prese di posizione definitive non ci piacciono molto, per cui chi lo sa!

A quale domanda siete stufi di rispondere? Per caso è tra quelle qui sopra?

“Cosa significa Bluedaze e come è nato il vostro progetto?”. Eh sì, quella è tosta.

 

 

 

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