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AVEC – Homesick: Recensione

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Se provassimo a condensare in una sola parola, o meglio se scegliessimo un aggettivo capace, lui solo, di sintetizzare lo spirito e il tenore del disco luminoso di AVEC, “Homesick”, opteremmo per nostalgico. Della casa, degli affetti che ci sono, ma che più spesso si perdono, di ogni cosa della vita inevitabilmente lasciata alle spalle.

Perché il grande talento della cantautrice di origini austriache è proprio quello di dissimulare, di riuscire non sempre consapevolmente a immergere l’ascoltatore in un dolcissimo languore, dove le foto di quella gita fatta insieme agli amici vengono tirate fuori dagli scatoloni, oppure l’andirivieni per le colline in cerca di chissà quale fiore rappresenta ancora l’esperienza della libertà massima.

Avrete capito, è un mondo di semplicità, oseremmo dire di cose piccole e fatte alla maniera dei vecchi. I suoni elettronici concorrono appena a dare la giusta patina di inquietudine a uno scenario remoto, bellissimo e di pura conservazione. Si ascoltino in rapida successione Dance Solo, Home e Mona per capire che la speranza del ritorno è davvero l’ultima a morire.

I giochi sarebbero già fatti, e l’orizzonte del disco ampiamente previsto, se non aggiungessimo un particolare, un ingrediente che stecca e contraddice il mood reazionario, facendone qualcosa di diverso che un mero prodotto del sovranismo musicale. Cioè che l’identità, scritta e musicata così sapientemente, mai per un momento coincide con muri e chiusure. Nemmeno un attimo ci si trova a pensare che quello che vediamo e che sentiamo sia solo nostro. Al contrario, la foto non smette di allargarsi e l’obiettivo è all’opera. Coraggio, siete tutti ospiti della dolce AVEC.

Alberto Scuderi