Alberto Ferrari e i Verdena hanno rappresentato una via di fuga importante per molti, in Italia. Di questo ne sono sicuro. Una via di fuga per tutti coloro che, stanchi dei gruppi fatti con lo stampino cantautorale a metà tra l’ironia e la critica sociale, cercavano nel Belpaese una musica dal suono internazionale, in cui le melodie e la classe (permettetemelo) prendono il sopravvento sulla rabbia adolescenziale e politica.

verdena

Alberto Ferrari adesso è cresciuto, e da ragazzo schivo e strafatto (così lo hanno sempre dipinto tutti i media e gli “intervistatori”), si è trasformato in un uomo, pur sempre schivo, ma anche ben disposto a parlare di sé e della sua vita musicale ai suoi fan. Il 14 dicembre scorso al Serraglio di Milano è successo proprio questo. Alberto Ferrari solo con il suo pubblico e con il giornalista Niccolò Vecchia di Radio Popolare, a chiacchierare dei Verdena e dell’importanza degli “accordi” (come dice lui); un viaggio nella vita musicale di una persona che non solo ha dato tutto alla musica, ma ha anche ricevuto tanto.

Ma veniamo al concerto. Il palco è piccolo, l’atmosfera molto accogliente, lo zoccolo duro del pubblico verdeniano già pronto a gridare “Phantastica!” o “Valvonauta!”, e le inconfondibili chitarre di Alberto (due acustiche, una elettrica) sul palco insieme a due sedie spostate sul lato sinistro dello stage. Dopo una lunga attesa ecco il nostro eroe. Attacca con “Colle Immane” in versione naturalmente acustica. L’atmosfera è subito magica. La sua voce con la sola chitarra viene esaltata, e i pedali (i soliti, quelli dei Verdena a mille) fanno il loro sporco e utilissimo lavoro.

Finito il pezzo, Alberto annuncia l’intervistatore, che entra blando sul palco. Le domande non sono proprio il massimo della fantasia, ma hanno il merito di non concentrarsi troppo su fatti extra-musicali, e piuttosto di far parlare Alberto dei suoi ricordi. L’ormai mitico pollaio in cui ha passato praticamente tutta la sua esistenza, la pressione psicologica sul fratello affinché abbandonasse il calcio e si dedicasse alla batteria, il negozio di dischi a Bergamo Alta che ormai non esiste più, lo zio rock che gli ha passato gli Stray Cats e inculcato la passione per i Beatles (che “comunque ci sono sempre stati”, dice Alberto), il lavoro con la madre che proprio non gli piaceva e il disastroso andamento a scuola. Alberto parla piano e in modo sincero, senza essere mai troppo sicuro di sé, ma neanche troppo timido.

Per quanto riguarda i pezzi; si capisce proprio che non ha voglia di fare i Verdena, ma che gli tocca. Anche perché buona parte del pubblico è alquanto “pressante”, a tratti quasi maleducato. Ogni volta che Alberto si avvicina alla chitarra cominciano a volare richieste, che per una o due volte può anche andar bene, ma che per un’ora e mezzo, ovvero tutto lo show, credo cominci a pesare anche a lui stesso. Voglio dire, lasciamo scegliere a lui che pezzi fare, no? Godiamoci il bello della sorpresa!

A parte questo, le cover sono semplicemente bellissime, soprattutto quella di Bob Marley e quella sublime di Lucio Battisti (“Anima Latina”, “Latina” ragazzi; una volta ho letto un giornale -autorevole, sulla carta- che chiamava questo capolavoro “Anima Pia”); bellissime e nostalgiche. Alberto le interpreta in un modo tale da farle sembrare canzoni proprie.

Quanto ai Verdena, oltre alle solite vecchie glorie, come detto troppo richieste, segnalo una intimistica e rivelatoria “Canos”, una immortale “ Razzi, Arpie, Inferno e Fiamme” e una stupefacente “Loniterp”. Questo live/intervista ci fa uscire dal locale con la convinzione che l’umiltà e il duro lavoro sono la caratteristica più importante per un artista, e che Alberto Ferrari per la musica italiana è davvero un patrimonio, da conservare e ascoltare sempre di più.

Filippo Santini