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Alan Vega – Mutator: Recensione

Alan Vega, ai secoli Boruch Alan Bermowitz, è stato uno degli artisti più importanti e allo stesso tempo sottovalutati dell’intera epopea rock statunitense. Maestro indiscusso di un mix originalissimo fra punk, drone elettronici e letteratura, discepolo del concittadino Lou Reed e padre tutelare di personaggi come Jamie Stewart o Nick Cave, Alan Vega è stato prima fondatore dei Suicide insieme al fido Martin Rev e poi protagonista di una lunga e fruttuosa carriera solista. E’ morto il 16 luglio del 2016 a New York, dove giustamente era già considerato leggenda.

“Mutator”, uscito il 23 aprile di quest’anno, ha inaugurato una serie di prossime pubblicazioni che comprendono tutto il materiale rimasto nel ricchissimo archivio dell’autore americano. Un lavoro curato dalla sua ex compagna Liz Lamere e prodotto da Jared Artaud con la direzione creativa di Michael Handis. Ci troviamo quindi alle origini di una vera e propria ricerca filologica di grandissimo spessore, atta a rivelarci ogni più piccola sfumatura dell’indole artistica di questo grande rocker.

Le otto tracce di questa prima uscita discografica derivano dal materiale composto nel biennio 1995-1996. Anni d’oro per Vega, che proprio in quel periodo aveva pubblicato la bellezza di ben quattro album, fra cui il capolavoro misconosciuto “Cubist Blues”, realizzato in compagnia di altri geni quali Alex Chilton e Ben Vaughn. Abbiamo l’iniziale preghiera laica Trinity, le ipnotiche e terrene Fist, Muscles e Filthy, le eteree Samurai e Breathe, la strumentale Psalm 68 e la marziale Nike Soldier.

“Mutator” si potrebbe definire “un album solo per fan”. Ma quanto sarebbe bello se tutti noi fossimo, almeno un poco, fan di Alan Vega?

Andrea Manenti