Ritorna dopo un singolare e lungo periodo di stop “5 Canzoni Bomba”, la rubrica sui cinque migliori brani usciti nell’ultima settimana. Questi vanno ascoltati e basta. Buon ascolto!

 

Arcade Fire – Age of Anxiety II (Rabbit Hole)

Senza che questo breve spazio diventi una mini-recensione del disco, ci penserà chi di dovere, bisogna proprio dirlo: personalmente questo è il disco dell’anno, se non altro come effetto sorpresa. Gli Arcade Fire, la band che avrebbe dovuto salvare il rock n’ roll, il fenomeno hipster che ha segnato almeno 10 anni di musica alternative, quel gruppo un tempo considerato (a ragione?) must-see e must-listen è tornato con un nuovo album che evidentemente si dava un po’ troppo per scontato. Complici sicuramente le precedenti uscite non brillanti, quel “Reflektor” sì significativo ma incisivo solo a spot data la lunghezza e poi il criticatissimo “Everything Now”, che li aveva visti progressivamente perdere terreno negli ascolti quotidiani pressoché di chiunque. Un declino che sembrava segnato e relegato solo ad album randomici per giustificare dei tour. Si aggiunge a questo panorama pre-release l’abbandono di Will Butler e lì capisci che boh, avrà senso un nuovo disco? Senso ne ha, perché è sofferto, voluto, bello. Un concept album sul concetto di singolo/plurale e di come uniti, insieme, si può uscire dal tunnel più buio. Quaranta minuti secchi di suite, leit motiv e parata di ospiti d’eccezione come Peter Gabriel che bissa il cameo di David Bowie in Reflektor (mai accreditato, tuttavia) e restituisce il favore di quella My Body Is A Cage da capogiro che fu. I singoli promettevano bene, è vero, ma pochi si sarebbero aspettati tutta questa pomposità in cui ritroviamo gli Arcade Fire in stato di grazia. Se “Funeral” gioca un campionato a parte, uno di quelli in cui un artista riesce a infilare un paio di dischi al massimo, qui siamo tranquillamente ai livelli di “The Suburbs” e nessuno si offenda. Ah la canzone? Provate a immaginarvela live, perché passeranno da noi a settembre e bisognerà esserci. Punto.

 

Belle And Sebastian – Do It For Your Country

A proposito di band che non si sa se abbia ancora senso che facciano dischi, ma che alla fine si ascolta sempre, ecco i Belle And Sebastian. Datati, superati, dimenticati? Sì, ma sempre con classe. Gli scozzesi da molto tempo fanno dischi di maniera e tanti saluti, eppure puntualmente regalano qualche perla che volente o nolente gli entra in top 20 dei pezzi della carriera. In questo caso possiamo infilarci Do It For Your Country, segnalata da Stuart Murdoch come il pezzo cardine dell’opera e che più ricorda i primi indimenticabili dischi dei Belle And Sebastian, quelli fatti di copertine così belle da stare bene tutte in ordine insieme, di melodie che ancora oggi ti cambiano quello che hai attorno, qualsiasi cosa sia, di testi capaci di illuminare e rende degna qualsiasi quotidianità. Canzoni da ascoltare con o per chi ami. Vale lo stesso per questa Do It For Your Contry, con il piede a tavoletta sull’effetto nostalgia (canaglia).

 

Sharon Van Etten – Born

In epoca dove i dischi rappresentano quasi la fase conclusiva dei processi di comunicazione di un progetto discografico, ecco che Sharon Van Etten tira fuori un disco di inediti veri, nel senso senza alcuna anticipazione. Tanto a che serve? Probabilmente la maggior parte di noi lo ascolterà due, tre, toh al massimo cinque volte a meno che proprio non ci folgori e poi avanti col prossimo giro. Quindi inutile anticiparlo e così frammentarlo. Su scelta dell’artista stessa, i brani devono essere ascoltati in questo ordine, la famosa ultima volontà. Raccontano di sofferenza e rinascita, sentimenti particolari di Sharon Van Etten, ma generali per gli ascoltatori e non solo. C’è molta speranza in questo “We’ve Been Going About This All Wrong”, nonostante il titolo, il mood, la bella copertina a tratti minacciosa. E c’è molta speranza nel momento clou della tracklist, la centrale Born, che rappresenta un po’ tutto il percorso d’ascolto. Una super-ballad con prestazione vocale da fuoriclasse, bei synth a sostegno di una ritmica marziana che si apre verso la metà in una gloriosa celebrazione di vita. Davvero maestosa.

 

Letters of May – Hair

Dunque è maggio e quale miglior occasione per una band che si chiama Letters of May per debuttare col primo singolo? Proprio maggio, per i componenti della band, rappresenta il mese che più protende verso l’apertura, derivando dai periodi bui, nonostante le sue temperature comunque incerte che non nascondono fiori e primizie. Proprio queste sono le atmosfere che evocano questa Hair, cadenzata da un profondo giro di basso, delle chitarre cristalline, una voce angelica, e che racchiude tutti questi sentimenti di speranzosa malinconia. Ah, non l’avevo ancora specificato: i Letters of May sono italianissimi.

 

Tutti Fenomeni – Il Grande Mudugno

Si segnala infine la bomba che non mi sorprenderei di sentire anche fuori dal solito circolo, se ben imbroccata. Il nuovo avventuroso e impervio (per l’ascoltatore) disco di Tutti Fenomeni è sicuramente una delle uscite più attese della stagione e dell’anno per la scena di riferimento. Il fatidico secondo disco che ci dirà di più sullo spessore del progetto, di cui comunque non si dubitava poi troppo. Il Grande Mudugno è una sequela di versi iconici che sentiremo sicuramente in lungo e in largo nei posti che sappiamo, ma attenzione che non irrompa in moto prepotente anche nelle radio e così via. Nel dubbio, bombetta e via.

A cura di Andrea Fabbri

 

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