Il 2022 segna il venticinquesimo compleanno di “Blur”, l’omonimo album della band di Damon Albarn, pubblicato nel febbraio del 1997 da Food Records e Virgin Records, con la produzione di Stephen Street. Un quarto di secolo per un album che è molto più del ritornello FIFA di Song 2 e che porta con sé i sapori dolci e amari di un momento musicale e sociale particolare.

Già, perché per capire veramente la portata di un album come questo serve fare un salto in quel 1997 e nella fase della carriera in cui si trovava il gruppo in quel momento. In Inghilterra i Blur erano delle super star: i media di metà Anni ’90 li avevano incoronati a re del Brit pop insieme agli Oasis, su un trono troppo piccolo e riduttivo, che escludeva le tante band valide e potenti che hanno reso la musica britannica di quegli anni un fenomeno mondiale. Dopo l’enorme successo di “The Great Escape” e le mille copertine dei tabloid e dei magazine d’oltremanica, i Blur si trovavano al picco della popolarità di massa, quella che rende difficile persino camminare per strada senza essere accerchiati da richieste di foto e autografi (Damon, come ha raccontato la sua compagna Suzi Winstanley ricordando i primi mesi della loro relazione, in quel periodo non viaggiava sulla metropolitana ed evitava di passare per il centro di Londra).

A tutto questo, si aggiungeva la grande pressione che accompagna ogni artista alle prese con il primo nuovo lavoro dopo un successo ingombrante: quella di non poter sbagliare. Per Albarn e compagni, questa tensione andava di pari passo con la smania di riuscire ad avere successo anche negli Stati Uniti, impresa quasi impossibile per tantissimi artisti britannici – ma riuscita agli Oasis – per cui i Blur dovranno aspettare più di quindici anni, trainati in buona parte dal grande successo del loro frontman coi Gorillaz. Questi due punti si intrecciano di continuo in questo album, e i Blur non fanno nulla per nasconderli, traccia dopo traccia.

I richiami gigioni all’America sono sottesi, ma esplodono in Song 2 e nel suo tributo al grunge e a Kurt Cobain, così come nei visual e nei look dei video che accompagnano i singoli: è eclatante, in questo senso, l’estetica funk del video di On Your Own, con l’outfit da skater di Damon che balla davanti ai graffiti con dei jeans oversize e un cappellino da Jamiroquai, che qualche anno più tardi verrà regalato a Carl Barat dei Libertines.

 

 

La pressione per sfornare un album degno del successo degli anni precedenti sfocia nella sperimentazione e nella fuga dalle melodie orecchiabili di “The Great Escape” (le atmosfere di Charmless Man sembrano lontane anni luce) e dal racconto monotematico del mondo britannico che ha caratterizzato il gruppo fin dagli esordi. I suoni, gli arrangiamenti, i riff e i testi stessi si staccano dal regno d’Albione e cercano di attraversare l’oceano: in Look Inside America gli intenti sono chiari, e sulle chitarre si stampano parole amare come Look inside America, she’s alright, sitting out the distance, but I’m not trying to make her mine.

Il risultato, infatti, non sarà quello immediatamente sperato, ma questo lavoro di ricerca ed espansione ci ha lasciato un album di assoluta qualità, in cui sono incastonati dei veri gioielli. La punta di diamante è certamente Beetlebum: un pezzo meraviglioso, in cui ogni cosa è perfettamente al posto giusto. Una melodia stupenda, un testo amaro e potente che permette a Damon Albarn di esorcizzare e fare i conti con la sua dipendenza dall’eroina e una outro talmente bella che fa volare la mente in posti nascosti, anche se la si ha negli auricolari su un bus sulla circonvallazione.

 

 

Ma non bisogna dimenticarsi di pezzi come M.O.R., un tributo più che spassionato, con tanto di sample, a David Bowie, o della dolcissima You’re So great, con quell’assolo di chitarra di Graham Coxon che fa girare la testa, o ancora Country Sad Ballad Man, pervasa dalla magia dei suoni e delle distorsioni della chitarra di Coxon, o I’m Just a Killer for your love, una canzone in cui il grunge convive con scratch, falsetti e megafoni.

Insomma, “Blur” si chiama come il gruppo che lo ha scritto perché ne riflette pienamente le caratteristiche, più di ogni altro lavoro della band: la voglia di sperimentare e provare nuove strade, senza tradire sé stessi e, soprattutto, senza rinunciare alla completa ricercatezza, di suoni e parole. Un album che, 25 anni dopo, fa impallidire moltissimi dei lavori che hanno reso famose molte band nell’ultimo decennio e che ancora oggi suona perfettamente moderno nelle cuffie e sui vinili di chi in quegli anni, proprio grazie ai Blur, scopriva un mondo musicale ricco di mille sfaccettature ma mosso da un modo di scrivere e suonare musica così puro da non richiedere neanche la necessità di trovare un titolo al disco.

Sara Bernasconi

 

 

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