In queste ultime settimane, chiunque – volente o nolente – si è imbattuto in questo nome: Tananai. Sì, perché anche se avete accuratamente evitato Sanremo, l’ultimo classificato del Festival di quest’anno sta vivendo un vero e proprio picco di visibilità, soprattutto digitale: l’autoironia con cui ha da subito riso delle sue stecche sul palco, l’aria scanzonata, il video con cui festeggia il venticinquesimo posto, i Tweet in cui ha sperato nelle ambasciate straniere per partecipare all’Eurovision, l’improvvisa popolarità tra decine e decine di influencer e personaggi della musica e del jet set italiani, un profilo Instagram che in quattro giorni è aumentato di più di 100.000 follower, due live programmati da mesi che vanno sold out e portano al cambio venue e all’aggiunta di altre date. A osservare questa bella ventata di hype, sembrerebbe di assistere alla trama scontata di un telefilm americano: l’outsider con pochissime chance, che prima si butta nella mischia e fallisce, poi ha la sua inaspettata rivincita e diventa il più popolare del liceo.

 

 

Ma cosa, o meglio, chi c’è oltre ai meme e ai tag nelle stories di chiunque? Tananai, all’anagrafe Alberto Cotta Ramusino, nasce artisticamente nel 2019, dopo l’abbandono del progetto elettronico Not For Us. Conquista una rapida popolarità nella giovane scena indie milanese grazie a un live al Circolo Magnolia e, soprattutto, alle playlist Spotify: i primi singoli, da Calcutta a Ichnusa, si muovono tra atmosfere tipiche del genere e riferimenti piacioni agli artisti già affermati. Forse troppo. Perché se le melodie sono orecchiabili, i testi divertenti e Tananai indubbiamente a suo agio davanti alla camera dei videoclip, in questi lavori si fatica a percepirne davvero la personalità.
 
Una personalità che, invece, mi è apparsa evidente la prima sera che l’ho incrociato: ero al Circolo Ohibò di Milano (sigh) per un concertino de I Miei Migliori Complimenti e, quando sul palco è salito come ospite quel ragazzo scanzonato e sorridente, mi sono subito chiesta da dove spuntasse. Non lo conoscevo, ma ho notato immediatamente quanto fosse perfettamente a suo agio nel divertirsi e far divertire, con un modo di cantare semplice ma diretto. Gli ascolti retroattivi ai brani già citati, però, non mi avevano colpito quanto la sua presenza scenica.

 

 

Qualche mese dopo, è stato il turno del suo primo EP, “Piccoli Boati”: una sorta di ossimoro, che ben denota il mood delle canzoni, in bilico continuo tra la morbidezza dei suoni e degli arrangiamenti, e la forza delle emozioni raccontate dai testi, tra rotture, malinconie, innamoramenti e rinascite. Sei canzoni che, questa volta in modo deciso, rivelano spunti interessanti, in cui ai ritornelli orecchiabili si accompagnano suoni curati nel dettaglio e delle santissime chitarre, che impreziosiscono i pezzi nei punti chiave. I momenti più riusciti sono sicuramente 10k scale, Giugno e Saturnalia (l’outro e l’armonica che chiudono pezzo ed EP sono un gioiellino), ma in generale tutto risulta ben riuscito ed elegante. È un Tananai molto diverso da quello che spopola su tutti i nostri schermi in questi giorni: la scrittura è emotiva e più intensa.

Nel 2021 arriva un deciso cambio di rotta con il singolo Baby Goddamn, aperitivo di Esagerata (il pezzo che gli ha permesso di essere selezionato a Sanremo) e di Sesso Occasionale, la canzone presentata in gara. Certamente, anche questi pezzi mantengono alcuni tratti dei precedenti – alcune eco sonore e lo stile narrativo – ma ritmi, melodie e atmosfere puntano tutto sull’entrare in testa al primo ascolto e diventare facilmente virali nel mondo digitale. Niente di male – va detto che la sua canzone al Festival non meritava l’ultimo posto – ma indubbiamente si tratta di un cambio che è difficile decifrare realmente: semplice scelta per aumentare i passaggi in radio e i live in spiaggia, o naturale evoluzione musicale? Troppo presto per dirlo: per valutare tutto con più lucidità bisognerà attendere i prossimi pezzi, che verranno in parte rivelati ai live in primavera e, soprattutto, far passare questo momento di hype (o meglio, di “wave”, per dirla alla sua maniera).
 
Di certo a Tananai bisogna riconoscere in primis il coraggio di essersi reinventato musicalmente già da giovanissimo, poi il lavoro attento e paziente degli ultimi tre anni, infine la furbizia di essersi giocato egregiamente l’esperienza sanremese. L’augurio è di potergli riconoscere presto anche l’originalità di nuovi lavori e la capacità di surfare su questa ondata di popolarità: che, a nostro parere, si merita, ma che speriamo non vada a nascondere tutto il resto.
 
Sara Bernasconi