Elvis Costello, il quattrocchi più cool del panorama musicale degli ultimi cinquant’anni, l’ha rifatto, è tornato sul luogo del delitto. Ancora una volta, come già accadde 18 anni fa con il pugno in faccia di “The Delivery Man”, il cantautore londinese è tornato al suo amore giovanile per il rock’n’roll anni Cinquanta e il garage dei Sessanta riletti in salsa e attitudine punk.

Artista eterogeneo che nella sua carriera ha esplorato qualsiasi genere, dal jazz alla classica al pop francese, Costello questa volta decide appunto di lasciare da parte qualsiasi ricamo per dedicarsi al 100% alla canzone nella sua forma più pura, quella tanto grintosa da sembrare uscita di getto. Sin dall’inizio, l’album è una dichiarazione d’intenti: Farewell, OK è una bomba che fa muovere il bacino in maniera incontrollabile per tre minuti circa, poi è il turno della title track, tesa e tirata come una corda di chitarra elettrica pronta a spezzarsi, del sound ‘77 più veloce di Penelope Halfpenny e di quello maggiormente pop di The Difference e del blues distorto di What If I Can’t Give You Anything But Love, con quella voce urlata sul finale che tocca l’anima .

Cinque brani, cinque mazzate. Ecco cosa bisogna aspettare per giungere alla prima ballad in scaletta, la dolcissima Paint the Red Rose Blue. Gli Imposters subito dopo tornano ancora a schiacciare il piede sull’acceleratore con Mistook Me for a Friend e si concedono poi un attimo di relax con l’Americana di My Most Beautiful Mistake. Magnificent Hurt fa impallidire il 99% dei giovani punk in circolazione, mentre The Man You Love to Hate e The Death of Magic Thinking giocano dalle parti di Clash e Libertines. Il finale è affidato alla ballad sui generis Trick Out the Truth e alla più tradizionale Mr. Crescent. Averne di sessantasettenni così…

Andrea Manenti