Per il ventunesimo anniversario di due pietre miliari come “Kid A” e “Amnesiac”, i Radiohead di Thom Yorke hanno pubblicato una raccolta che comprende entrambi i dischi, nati delle stesse sessioni e usciti a breve distanza l’uno dall’altro, tra il 2000 e il 2001. Quale migliore occasione per riascoltare i due album da “anzianotti”, con quel tocco di cinismo e nostalgico trasporto che ci contraddistingue. Buona lettura.

 

Fu vera gloria? I Radiohead sono stati probabilmente l’ultimo grande gruppo rock. A fine Anni ’90 avevano rubato lo scettro agli U2 e ai Nirvana, avevano il pubblico sedicente colto e problematico dell’indie-rock ai loro piedi, idem la critica. E se frequentavi il giro indie universitario per motivi anagrafici, era impossibile non restare esposto a “OK Computer”.

Erano come Napoleone prima della spedizione in Russia.

Ma Thom Yorke era insoddisfatto come uno shogun che ha pacificato tutto il paese ma è ormai stufo del potere e medita il ritiro in un eremo. Solo che la forza motrice del gruppo di Oxford scelse il rilancio e il rischio invece della fuga, o peggio ancora del comodo vivacchiare lucrando sulle rendite di posizione.

Encomiabile, ma di nuovo: fu vera gloria?

In parte sì e in parte no, come tutto sommato è inevitabile in casi simile. “Kid A” segna di certo una svolta, sia perché mette in soffitta il suono della chitarra elettrica come “voce” portante, sia perché dal riff gratta gratta di matrice hard rock / prog si passa a melodie ancora più eteree, severe e liquide. I paragoni non si possono più fare con Beatles e Van Der Graaf Generator ma con Robert Wyatt e Pere Ubu.

Certo, restano tracce pop come The National Anthem, ma non è lì che pulsa il cuore di “Kid A”. La forza scorre forte altrove, in Everything In Its Right Place, un’elegia da camera degna di Bach, o In Limbo, patafisica, gommosa come un ectoplasma e seminale di un’autrice come Lorde, o ancora in Motion Picture Soundtrack, un nocciolo caldo degno di una colonna sonora per un film di Wes Andreson. In vero ci sono anche momenti più dance, con riciclo di ritmiche drum and bass, ma col senno di poi i pezzi come Idioteque sono quelli che più scimmiottano senza troppa originalità l’elettronica degli anni appena precedenti l’uscita di questa raccolta, quelli alla fine che meno sorprendono.

 

In sintesi “Kid A”, riascoltato a 20 anni di distanza, suona come un disco coraggioso, delizioso a tratti, ma pregno dei limiti di ogni gruppo, anche il più talentuoso. Detta altrimenti, resta un’opera levigata che fa dei nostri i nuovi Pink Floyd, periodo arena rock. E infatti la restaurazione fa subito capolino nel successivo “Amnesiac”, un tentativo di imitare i “best in class” contemporanei o del passato con tutti i limiti che una tale operazione può avere: Pulk/Pull Revolving Doors cita gli Autreche e i Notwist senza superarli e senza nulla aggiungere di significativo, Like Spinning Plates rischia col minimalismo alla Steve Reich ma senza le basi del maestro.

Ma sarebbe poco generoso tacere i momenti toccanti di questa raccolta, che certo non mancano, come Morning Bell/Amnesiac, che riprende la poetica di “OK Computer” ma la priva della spina dorsale rock fino a renderla meravigliosamente funerea e ipnotica, oppure Pyramid Song, bagnata di una sensualità vera, rara per un gruppo come i Radiohead.

La morale filosofica da bar allora qual è? Ascoltate, scoprite o riscoprite questi due classici del crepuscolo, ma siate consapevoli che sono due pecore nere e sterili piuttosto che l’inizio di una nuova civiltà. Ma questo ci rende i Radiohead, a volte così distanti e quasi snob, più umani e vicini a noi comuni anzianotti, alle prese con le ambizioni megagalattiche della giovinezza o con il conto delle sconfitte dell’età adulta.

Ole Blue Boy