Oggi in Italia si parla tanto di rock. Forse anche troppo. Dicono che è tornato (da dove, chissà), o addirittura risorto. Come un cristo uscito a piedi nudi dal sepolcro. Gli applausi si sprecano, si grida al miracolo. Alleluja! Un miracolo firmato Måneskin, dicono. Un frizzante quartetto che andrebbe bene come cover band in un pub di Calcinate Coregno e che invece è stato elevato allo status di divinità. Orgoglio meid in itali, dicono. Tipo la pizza, le frecce tricolore, la nazionale di Mancini agli Europei. Se osi criticarli, non sei un vero italiano. E se li accusi di pescare dal passato con scarsa originalità, puoi iniziare a fare i bagagli per abbandonare il Belpaese. Non sei degno di abitarci. Proprio no. Ti additano subito come un disertore: “Come fai a essere così ottuso e vecchio?”. “Provi gusto a gettare fango sui nostri ragazzi, ma dovresti gioire per il loro successo!”. “Loro sì che portano l’Italia nel mondo”. “Grazie ai Måneskin i nostri bambini impareranno a conoscere i mostri sacri del rock”. Ma la mia preferita è questa: “Provaci tu, se sei capace, a vincere l’Eurovision!”.

Come no, dici Måneskin e corri eccitato al mercatino di vinili. Dici Måneskin e l’intera enciclopedia del rock inizia a riempire il tuo ippocampo come la panna in un maritozzo. “Buongiorno signor venditore, ho visto Damiano in tv, ha mica l’ultimo dei Van der Graaf Generator?”. Esagero dai, si capisce. È anche bello scherzarci un po’ sopra. Ma siamo seri. Il punto è che anziché dare tutta questa importanza ai Måneskin, che erano e rimangono una band come ne esistono a centinaia in giro per il pianeta (esatto, nonostante abbiano aperto ai Rolling Stones), bisognerebbe allargare di poco la prospettiva. Ma poco poco. Magari partendo da uno spunto più sfizioso di un servizio in televisione o un reel su Instagram, ecco. Perché se ci metti un pizzico di passione e curiosità in più, scopri che il rock di qualità, quello onesto, sudato, che risale la corrente picchiando i piedi sulle piastrelle del garage e non sul palcoscenico dorato di un talent show, quel rock lì, insomma, non ci ha mai abbandonato.

Inutile citare i più noti, alcuni dei quali sono pure passati da Sanremo. Anche perché finiremmo quasi sicuramente a parlare dei nostri amati Afterhours e di Manuel Agnelli, che in quanto padre dell’indie italiano, autore di dischi memorabili, ma ahimé anche giudice di X-Factor, “scopritore” e sponsor ufficiale dei Maneskin, creerebbe un corto circuito pazzesco dal quale, giuro, non usciremmo più. Ricordate quella storia dei Beatles italiani? Ecco, appunto. Meglio scavare un altro pochino, nell’underground, per estrarre dal cilindro band alle quali i Måneskin possono solo spicciare casa (a Roma si dice così, no?). Vengono in mente gli Smile, i Vanarin, The Devils, a/lpaca, New Candys e tanti altri. Tutti campionissimi nel loro genere, eh.

Bene, di seguito vi parliamo di altri due ottimi gruppi italiani particolarmente funzionali alla nostra spinosissima tematica.

 

Tin Woodman: gelatina indie-pop-rock

recensione di songs for eternal lovers dei tin woodman

Partiamo dai Tin Woodman, un duo bresciano composto da Simone Ferrari (Simon Diamond) e Davide Chiari (Dave The Wave). Ai due musicisti si aggiunge lo stesso Tin Woodman (così spiegano), un robottino frutto dell’immaginazione della band, “arrivato dalla città top secret di Wautah per diventare una rockstar”. Espediente bowiano, non c’è che dire, qui sfruttato con ironia per farcire il progetto di una sorta di retro-futurismo assolutamente azzeccato. Ecco, il 21 gennaio 2022 è uscito per Retro Vox Records il loro secondo album, “Songs For Eternal Lovers”. Si tratta di un’opera di grande impatto, che arriva dritta al cuore dell’ascoltatore, sintetizzando al meglio il lungo lavoro di scrittura e arrangiamento che sta dietro alle 12 tracce. Chiariamolo subito, qui parliamo di rock, ma in senso lato. Musica trasversale che si rivolge a chiunque, ma in modo particolare a chi, proprio della trasversalità, fa uno stile di vita.

I rimandi al passato ci sono, e in quantità, ma anziché scimmiottare in modo scolastico ciò che è stato e non sarà più, i Tin Woodman sembrano aver assorbito, digerito e rimodulato con assoluta maestria e originalità il lavoro di chi li ha preceduti. “Songs For Eternal Lovers” è un disco eclettico, forse complicato nella sua genesi (almeno questa è l’impressione). Ma è anche un disco che ti conquista in pochi minuti, provare per credere, proprio grazie a un processo di sintesi preceduto da ascolti, studi probabilmente ossessivi, sofferenza e tanta libertà creativa. Non so come dire: i ritornelli dei Tin Woodman si fissano subito in testa, suonano catchy, proprio come quelli dei Måneskin, ma in questo caso si coglie con chiarezza che alla base c’è un universo profondo di musica e suoni. Insomma, “Songs For Eternal Lovers” non è un sussidiario delle elementari con le immagini grandi e un inserto sui riff per chitarra. Tutt’altro.

Qualche esempio? Il brano d’apertura, intitolato Tropicalia Woodie Resort, è un tappeto intriso di glam rock, quello del primo album solista di Brian Eno, messo ad asciugare in saletta durante un party ad alto tasso erotico. Poi c’è Lovers, che macina con gusto il primo Beck e i Japandroids insieme; Deezworld, che invece spazia da Lou Reed ai nostrani Yuppie Flu; oppure April O’Neil (sì, la giornalista in tuta gialla delle Tartarughe Ninja), altro brano caleidoscopico che pare uscito da un Rocky Horror Picture Show riaggiornato al 2022. Insomma, questo è un disco che non può non piacere. Si potrebbe dire gelatinoso: sfuggente ad ogni tentativo di etichettarlo e al tempo stesso appiccicoso.

 

The Nuv: fuori moda è bello

recensione di belgian hope dei the nuv

Non abbiate fretta, c’è un’altra band italiana (anche questa lombarda, ma è solo una coincidenza) che vogliamo segnalarvi. Si chiama The Nuv e calca i palchi da parecchio tempo. Alla fine del 2021 ha pubblicato il suo terzo album, “Belgian Hop[e]”, realizzato con il sostegno di Moquette Records e Mottow Soundz. Un lavoro distante rispetto a quello dei Tin Woodman, in qualche modo più diretto e muscolare, che rivela un sound compatto come pochi. I riferimenti sono il post-grunge della seconda metà degli anni ’90, l’alt-rock americano, un pizzico di Nine Inch Nails, ma senza mai cadere nel citazionismo spinto. Tra le pieghe degli 11 brani in scaletta emergono le origini mediterranee dei Nostri a scaldare un’atmosfera che altrimenti si sarebbe detta fredda e distaccata. In sostanza, c’è tanta, tantissima genuinità. C’è la passione di tre musicisti che non hanno bisogno di un servizio fotografico per presentarsi al pubblico. C’è la voglia di divertirsi e di lanciare qua e là qualche messaggio politico.

L’introduzione è affidata a Check Out, che con il suo heavy blues goliardico potrebbe ingannare rispetto al resto dell’album. Perché dalla successiva The Wolf of Green Street si cambia subito registro. In gola inizi a sentire il sapore della terra bruciata, lasciata da chi ha lo stoner nel cuore e in testa qualche vecchio pezzo punk rock. Un gusto che sale, di nuovo, in brani come Plasma e soprattutto Red Carpet, scelto giustamente come singolo. Gold Digger, invece, è danzereccia come potrebbe esserlo (attenzione, ci siamo) una delle ultime hit dei Måneskin (ommioddio), ma poi si apre su orizzonti diversi, più dilatati, evitando a meraviglia il ritornello ruffiano. Infine una menzione speciale per Supervisor, la gemma indie-rock che non ti aspetti. “Belgian Hop[e]” è un album che non può passare di moda, perché non è di moda. E anche questo è un pregio mica da ridere. Rimane lì, pronto a farsi ascoltare in qualsiasi momento. Sembra scritto ieri, pubblicato oggi e spacchettato domani. “Provaci tu, se sei capace, a scrivere un disco così”.

Paolo