Premessa

Chi lo avrebbe mai detto. Dopo un’ampia parentesi di pura disaffezione, i Together Pangea sono tornati a popolare i miei ascolti. L’uscita del loro quinto album, intitolato “Dye” e pubblicato dall’etichetta canadese Nettwerk, suona come un vero e proprio ritorno di fiamma. Almeno per le mie orecchie. Dico per davvero: il cuore è tornato a pulsare. L’amore ha vinto ancora. E questo nuovo disco, come per magia e senza alcun preavviso, è finito dritto dritto nel mio breve elenco dei preferiti dell’anno. Urge dunque una spiegazione.

Iniziamo col dire che i Together Pangea sono una band americana più o meno sotterranea nata nel 2008. Su Spotify hanno 325.000 ascoltatori mensili. Sono cool e con una fanbase giovanissima, soprattutto negli Stati Uniti. Undeground per modo di dire, insomma. La loro arma vincente? Beh, è la stessa di un’intera generazione di musicisti: un intreccio un po’ freak tra le radici del garage e quelle del power pop, con una sgasatina di punk. Dopotutto vengono da Santa Clarita, California, che è già un bel marchio di fabbrica, una fotografia arcinota. Di quelle scattate in piedi sulla spiaggia, con il cappellino all’indietro e la tavola da surf sotto braccio.

 

Ascesa e “scivoloni”

A folgorarmi fu quello che ancora oggi è il loro brano più famoso, Sick Shit, contenuto in un EP omonimo del 2014 e poi confluito nel disco che ha ampliato maggiormente il loro pubblico, “Badillac”. Sick Shit era un pezzo a metà strada tra Max Can’t Surf dei Fidlar e Fuck Forever dei Babyshambles, praticamente una bomba. Per capire di che cosa stiamo parlando, date un’occhiata a questo video dal vivo.

Poi è successo qualcosa. L’incantesimo ha iniziato a rompersi, inesorabile, a partire dall’abbandono del chitarrista Cory Hanson, formidabile in alcuni suoi assoli. Il ragazzo ha scelto di proseguire la carriera con i Wand, la sua nuova band psych-rock (che consiglio vivamente), e più recentemente con un disco solista di stampo folk (anche questo consigliato). Nel 2017 arrivò “Bulls and Roosters”, la quarta fatica dei Together Pangea, che suonava come una brutta copia dei Rolling Stones in versione patinata. I successivi tre EP non facevano altro che peggiorare le cose, tra versioni acustiche, pericolose incursioni nella new wave e un forte senso di anonimato.

 

Il ritorno

Ecco perché un disco come “Dye” è da tenersi bello stretto tra le buone uscite di quest’anno. Dopo anni di delusioni, il ritorno dei Nostri alla materia grezza, quella che maneggiano con sicurezza e maestria, va accolto come il rientro del figliol prodigo dopo una brutta esperienza con la miscellanea. La band californiana ha fatto un passo indietro riconquistando la terra già calpestata dai Black Lips e Ty Segall, ma anche dagli Orwelles o addirittura dagli Weezer (a proposito, ascoltatevi Ghoul).

Il nuovo lavoro dà il meglio di sé nella prima parte. Dopo l’iniziale Marijuana, piacevolmente stonata e claudicante, a cogliere subito nel segno è la doppietta costituita da One Way Or Another e Rapture, intitolate (forse non a caso) come due vecchie hit dei Blondie. Appaiate alla successiva Wanted Out, il cui travolgente finale merita l’ascolto ossessivo, le due tracce mostrano il vecchio marchio di fabbrica della band nei suoi saliscendi tra ritmi abrasivi e melodia. Non mancano le ballad, da Alabama (la più potente), alla deliziosa Little Line. Oppure Turn Time, più dimessa ma comunque efficace.

A questo punto del disco le orecchie sono già ampiamente ripagate. Poco importa se Nothing To Hide, il brano conclusivo dell’album, nonché uno dei cinque singoli scelti dalla band, non mi abbia ancora del tutto convinto. A convincere è l’intero album, un lavoro genuino per ascoltatori esigenti ma non troppo. Scritto durante la pandemia, come la quasi totalità dei dischi usciti quest’anno, ma non per questo intriso di ansie, malumori o voglia di rinascita. Al contrario, i Together Pangea si sono messi a caccia di continuità con un passato che sembrava perduto. Ed è forse questo il modo migliore per riprendere in mano i fili della storia: facendosi strada a colpi di chitarra.

Paolo