A Venezia è tornata Jane Campion, la più brava delle registe, con un film tutto al maschile. Nell’epoca del me too, alla domanda del perché non avesse parlato del femminile, ha risposto “Sono un’artista, non ho calcolato le percentuali di genere”. Che classe.

“Il Potere del Cane” (in streaming su Netflix) è un western machista, che parla di ruoli e confini sociali, che si sigillano e si frantumano. Tratto dal romanzo omonimo di Savage, il titolo è ha origine da un salmo dell’antico testamento che fa riferimento alla capacità dei potenti di opprimere i più deboli.

Jane Campion sceglie una pellicola patinata e calda, che dal dorato delle scene iniziali diventa incandescente nel finale, in un dramma estetico e teso che ricorda le atmosfere dei cancelli e dei giorni del cielo. Del protagonista Phil restano lo sguardo ferino e la solitudine che si perde nelle sue ambiguità, dove il  machismo e la violenza sigillano i suoi desideri non realizzati e le sofferenze vissute.

Oppresso ed oppressore, Phil, protagonista dal machismo tossico (interpretato da un Benedict Cumberbatch a dir poco magnetico), cerca di annientare il gentile fratello e la nuova moglie Rose (Kirsten Dunst, decisamente un po’ meno magnetica), in una serie di disumani e sottili giochi di potere. Per la sposina la convivenza col cognato diventerà rapidamente un ascensore verso il patibolo, sadicamente azionato dal cowboy compiaciuto, fino all’arrivo del figlio della donna  (Kodi Smit-McPhee). I ruoli si intrecceranno, fino a confondersi, in una tensione alla vendetta dove i prevaricatori diventano prevaricati.

La regia è in disparte, osserva ed orienta, lasciando spazio al paesaggio, alla luce e agli sguardi, al non detto, al molto sottendere e alla colonna sonora, onnipresente e magnetica di Jonny Greenwood (Radiohead). Visivamente bellissimo, autorialmente in sordina, antropologicamente potente; “Il Potere del Cane” è un film da non perdere (perlomeno per la prova di Cumberbatch).

Il Demente Colombo

 

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