Isaac Brock, leader-cantante-chitarrista-filosofo-guru dei Modest Mouse, l’ha già detto in svariate interviste: “The Golden Casket”, settimo album in carriera per la band del Nord-Ovest degli Stati Uniti, nonché primo album da sei anni a questa parte, è il lavoro più felice e positivo dell’intera storia del progetto. A confermarlo sono i testi, che nonostante i costanti schizzi di rabbia e tristezza, indicano finalmente una meta possibile seguendo lo scrigno d’oro del titolo, lo stesso ritratto in copertina avvolto dal prato, diversi cieli e un arcobaleno colorato.

Questo, attenzione, non sta a significare che i dodici brani in scaletta siano fra i più accessibili e facili della loro discografia, anzi, è probabile sia proprio il contrario: poco spazio alla melodia, zero ritornelli che si ficchino subito in testa, niente atmosfere tranquille, tanto tantissimo ritmo psicotico. In “The Golden Casket” non troviamo infatti influssi né dai soliti Built to Spill e Pixies, né dagli Smiths, apparsi addirittura in formazione nella figura di Johnny Marr fra il 2006 e il 2009. Grande spazio invece a post-punk e funk, a Talking Heads, Gang of Four, ma anche ai Liars.

Dall’iniziale Fuck Your Acid Trip alla conclusiva Back to the Middle, i Modest Mouse giocano a mescolare la psichedelia dei seventies con la roboticità di Devo e Kraftwerk, lasciando sfogo alla voce più parlata-rap e dura di Brock, che a tratti ricorda persino Eminem (!). Memorabili sicuramente il singolo We Are Between, dal mood vagamente Arcade Fire, la folle marcia di Wooden Soldiers, l’extraterrestre Transmitting Receiving, l’ammaliante e dal fantastico titolo Never Fuck a Spider On the Fly.

Non un album facile, non l’album con cui conoscere la band (per chi non abbia avuto questa fortuna in passato), ma più semplicemente un altro piccolo passo in avanti nella maturazione continua di questo ensemble che ha rappresentato sin dagli anni Novanta, e continua a rappresentare, l’indie americano.

Andrea Manenti