“Sound of Metal”, il film d’esordio di Darius Marder, si apre con le riprese dal palco di un concerto dei Blackgammon. Si tratta di un duo (fittizio) dalle forti tinte noise, seppure il titolo suggerisca un più generico “metal”, composto dal batterista Ruben Stone (l’attore di origini pachistane Rizwad Ahmed) e la sua fidanzata Lou Berger (Olivia Cooke), qui in veste di cantante e chitarrista. Tutto pare funzionare alla perfezione. La musica è buona, l’emozione sale, il pubblico approva. Ma fin dalle prime inquadrature scelte dal regista, che alterna i primi piani di lei alla figura del protagonista in trance agonistica dietro il suo strumento, si ha la chiara sensazione di un imminente cataclisma.

Sarà il tatuaggio che campeggia in bella vista sul petto nudo di Ruben (“please kill me”), oppure il suo sguardo perso nel vuoto, il buio che lo circonda. O ancora la sua posizione sul palco, nelle retrovie, il luogo che da sempre riduce i batteristi di tutto il mondo alla condizione di uomini soli, inchiodati allo sgabello, costretti a guardare le spalle degli altri. Ma insomma, il messaggio arriva forte e chiaro: non tira una buona aria. E anche se nella scena successiva, girata all’interno della casa-furgone della coppia, l’atmosfera si fa più rilassata, il film insiste scolasticamente sulla dimensione intorno alla quale ruoterà l’intera storia, ovvero il suono. Il frullatore che gracchia in cucina, il sibilo dell’aria compressa sparata nelle canaline del mixer, la puntina del giradischi che si appoggia su un disco dei Commodores. Rumori quotidiani e canzoni sdolcinate che di lì a breve il protagonista non riuscirà più a sentire. Un vero e proprio incubo, che si manifesta per la prima volta mentre Ruben spulcia tra i vinili al banchetto del merchandise del suo prossimo concerto. Ebbene, qui inizia la sua odissea, che passa dalle prime visite mediche, in cui gli viene diagnosticata la perdita quasi totale dell’udito, e approda alla fase centrale della pellicola, che documenta l’esperienza del musicista in uno sperduto centro di accoglienza per persone sorde, lontano da tutto e tutti.

Beh, come avrete capito, “Sound of Metal” contiene tutti gli elementi essenziali del dramma. C’è la catastrofe, lo abbiamo detto, che nel caso di un musicista è addirittura amplificata, insopportabile. Proprio lui, che da ex tossico stava iniziando finalmente ad assaporare una parvenza di successo con il disco di prossima uscita, si ritrova di nuovo all’inferno. Un inferno silenzioso, fatto di sguardi incerti, di labiali da decifrare e di un nuovo linguaggio, quello dei segni, ancora tutto da imparare. Perdere l’udito, per Ruben, significa perdere tutto: la batteria, il lavoro, la vita on the road, la fidanzata. Quando accetta di trasferirsi nella comunità per non udenti, soprattutto all’inizio, non ha modo di comunicare con gli altri. Non ha gli strumenti, li rifiuta, è estraneo a quel mondo che nonostante tutto risulta armonioso, sano, collaborativo.
 
La sua iniziale alienazione corrisponde alla totale incomunicabilità, che non è quella di Antonioni, originata dalla perdita di valori, bensì un problema tutto tecnico, si potrebbe dire medico, espresso proprio attraverso la fisicità dell’attore, i suoi scatti d’ira, la sua camminata da bullo, i muscoli sempre in tensione. Mentre gli altri ospiti del centro vivono serenamente, consapevoli di non avere nulla in meno rispetto agli altri, Ruben, come da copione, combatte una battaglia. Per lui è soltanto una fase di passaggio, un periodo intermedio prima del ritorno alla vita di prima. Vuole indietro il suo udito e per farlo deve sottoporsi a una costosissima operazione. Ogni suo gesto è in funzione di quello, è disposto a tutto pur di averlo. Come un tempo era dipendente dalla droga, ora è dipendente dai suoni e dalle voci. Ma basterà la sua determinazione? E dove sta la catarsi? Nella pietà per un tentativo andato a male o in un inaspettato lieto fine?
 
Con una trama del genere, “Sound of Metal” avrebbe potuto giocare molto sulle emozioni facili e scontate. Invece non lo fa, ed è un bene. Si piange pochissimo, il cuore viene sfiorato soltanto in qualche scena qua e là. Non ci si immedesima nella tragedia in sé, ma si viene letteralmente trascinati dentro la testa del protagonista. Il film è un’esperienza fisica, più che sentimentale. Nel senso che in molti passaggi lo spettatore è costretto a sentire soltanto quello che sente Ruben con il suo udito ormai compromesso: echi lontani, la cassa della batteria ridotta a un lievissimo battito, voci ovattate e impercettibili, ma anche rumori metallici (di qui l’ambivalenza del titolo) e disturbi quasi elettrici. È il miglior pregio del film, che gode di un montaggio sonoro azzeccatissimo, capace di passare dal mondo silenzioso del protagonista a quello rumoroso di chi gli sta intorno. Un processo reso efficace anche dalle immagini, che in questi momenti abbondano di primi piani e capogiri, e certamente dall’ottima prova di Rizwad Ahmed (che prima di girare ha imparato a suonare la batteria). Bravissimo anche Paul Raci (realmente figlio di genitori sordi) nel ruolo di Joe, leader della comunità in cui viene accolto Ruben.
 
La pellicola tuttavia non appare del tutto compiuta. Si indaga poco sul passato del batterista, apparentemente tormentato, che avrebbe potuto descrivere meglio la sua successiva sofferenza. Non si approfondisce il suo rapporto con alcuni personaggi (quello con gli insegnanti e con uno dei bambini, per esempio), che avrebbe certamente arricchito il bagaglio umano del film. In molti passaggi chiave ci si affida al solo Ahmed, che sopperisce a qualche altro piccolo limite nella sceneggiatura. Infine si opta per un finale semi-aperto e vagamente retorico, che lascia un po’ l’amaro in bocca. Si tratta comunque di un buon film, per carità, per certi versi anche molto buono, ma forse non così buono da meritarsi ben sei candidature agli Oscar come miglior film, miglior attore, miglior attore non protagonista, sceneggiatura, montaggio e sonoro. Certo, per essere un’opera prima (se si esclude il documentario “Loot” del 2008), c’è soltanto da togliersi il cappello. Ma basterà per vincere uno di questi premi?
 
Un’ultima curiosità per i musicofili. Ruben Stone indossa quasi solo magliette di band assolutamente da citare, per lo più punk hardcore. Si va dagli americani Youth Of Today ai giapponesi G.I.S.M. e i britannici Rudimentary Peni. In una scena spunta pure quella degli Einsturzende Neubauten. Che dite? Non meritava anche una nomination per i migliori costumi?
 
Paolo
 
 

 

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