the winstons smith recensione

Se qualcuno di voi avesse ancora qualche dubbio, questo “Smith” lo toglierĂ  di mezzo facilmente: The Winstons, vero e proprio supergruppo composto da Roberto Dell’Era (Afterhours), Enrico Gabrielli (Calibro 35, Mariposa, PJ Harvey e molto altro) e Lino Gitto (Ufovalvola), non sono un progetto estemporaneo, ma una creatura nella quale i tre musicisti credono tanto. Alla terza pubblicazione discografica in tre anni, dopo il disco d’esordio e l’EP dello scorso anno, “Smith” odora di consacrazione.

Omaggio a “1984” di George Orwell, il disco s’impossessa infatti dell’ascoltatore procurandogli vero piacere. Racchiuso fra due brani che, come ormai tradizione (dato che questa componente era già presente nel disco omonimo), sanno di estremo oriente (l’opener Mokumokuren e la quasi conclusiva Sintagma), per il resto si viaggia attraverso un percorso di pura psichedelia debitrice degli anni 60-70. Le coppie Ghost Town / Around the Boat e Not Dosh for Parking Lot / The Blue Traffic Light sono talmente cinematografiche da far credere all’ascoltatore di essere stato rapito su un vascello fantasma e di subire la claustrofobia del traffico notturno delle grandi metropoli.

Impotence, primo singolo estratto, è una cover dei Wilde Flowers, filologicamente affidata alla voce di Richard “Caravan” Sinclair, Tamarind Smile Apple Pie è una cavalcata in stile Hawkwind che a un certo punto si trasforma in un balletto beatlesiano, Soon Everyday è progressive jazz. Ma la vera novità di quest’ultimo lavoro, novità che alza l’asticella della qualità offerta finora dalla band, è rappresentata da tre canzoni: A Man Happier Than You è David Bowie al suo meglio; Blind, grazie alla voce lievemente nasale di Dell’Era, ricorda il miglior Bob Dylan, ancora una volta fuso con il fantasma del duca bianco; Rocket Belt, infine, è un’hard song benedetta da Keith Moon dall’alto dei cieli.

Andrea Manenti