Facciamo un gioco. Non pensate ai King Gizzard & The Lizard Wizard. Dimenticate le loro cavalcate pazze lungo i sentieri dello psych-rock. Cancellate le loro fantastiche suite progressive, le loro incursioni nel jazz e le mattate di ispirazione metal. Fate conto che nessuno dei tredici album pubblicati dalla band sia mai stato prodotto. Insomma, consideratelo un gruppo di esordienti.

Fatto? Benissimo. In questo stato di totale rimozione del passato, di “analfabetismo gizzardiano”, diciamo così, prendete “Fishing for Fishies” e ascoltatelo per la prima volta. Ebbene, sono pronto a scommettere che ne sarete entusiasti. Lo incenserete come un disco vivo, ricco di spunti interessanti, concepito alla vecchia maniera ma declinato al futuro. Compatto, ben suonato, grezzo e ballabile al tempo stesso. E quando sul finale sentirete i suoni sintetici mescolarsi a quello delle chitarre, pronuncerete sicuramente il solito campionario di frasi dell’ascoltatore esaltato. «Che bomba!». «Ce ne fossero di dischi come questo!». «Oh, non riesco a fare a meno di ascoltarlo!».

Finito il campionario, riaprite lentamente i cassetti della memoria e tornate alla realtà. Vi ricordate quello stupido gioco di prestigio che vi facevano i vostri genitori? Torna Gigino, torna Gigetto. Sì dai, quello delle dita che prima volano sul tetto e poi per incanto ritornano sul tavolo. Ecco. Come per magia, i tredici album dei King Gizzard & The Lizard Wizard riappaiono sui vostri scaffali. Il like sulla pagina della band fa di nuovo capolino e quella brutta botta alla spalla rimediata al concerto dell’anno scorso torna a farsi sentire.

Ora riprendete “Fishing for Fishies” e riascoltatelo. Sembra un disco diverso, vero? Questa volta dalle vostre casse usciranno nove noiosi brani di musica già sentita, un rock-blues trito e ritrito, moscetto e senza inventiva. Nulla a che vedere con “Flying Microtonal Banana”, tanto per citare uno dei migliori dischi degli australiani. Qui si procede a passo lento, con il latte alle ginocchia. Si vivacchia per una quarantina di minuti giusto per stare in compagnia. Tutte le vostre aspettative sono state disattese, questo è il punto. E quando sul finale sentirete i suoni sintetici mescolarsi a quello delle chitarre, pronuncerete sicuramente il solito campionario di frasi dell’ascoltatore deluso. «Al secondo pezzo ho spento tutto». «Che è sta cafonata?». «Madonna, non si può sentire».

Ma c’è un terzo ascolto. Quello che rivela “Fishing for Fishies” per quello che è realmente. Non certo un album dal forte impatto, ma decisamente godibile. Non il migliore del gruppo, e forse nemmeno tra i primi cinque, ma ben al di sopra della sufficienza. Infatti, quando si incomincia a familiarizzare con le nuove sonorità sperimentate dai King Gizzard, tutto si fa più chiaro e trasparente. Si scopre un disco decisamente più accessibile dei precedenti, molto più prevedibile, ma non per questo da buttare. L’ossatura è costituita da una manciata di brani stomp-blues (Boogieman SamPlastic Boogie, The Cruel Millenial), essenziali e senza fronzoli, che se fossero stati pubblicati dai The Black Keys nessuno avrebbe avuto da ridire. Dalla tipica goliardia dei King Gizzard & The Lizard Wizard, invece, ci si aspetta sempre qualcosa di matto. Beh, qui di matto c’è ben poco. A farla da padrone sono le voci effettate, l’armonica sempre presente, qualche puntatina nel funky-jazz (The Bird Song) e reminiscenze lennoniane (Real’s Not Real). Ci sono le basi, quindi, la tradizione e le strutture classiche. Roba che non ha mai fatto male a nessuno, anzi.

Non è finita qui. Perché questo terzo ascolto permette di cogliere anche la carica emotiva e i nobili intenti con cui il disco è stato scritto. Le nove tracce, infatti, lanciano una richiesta d’aiuto sul fronte ambientalista. Descrivono il calvario che porterà l’uomo e gli animali ad essere sostituiti dalle macchine in una progressiva rarefazione dell’elemento naturale. Uno spauracchio che nel disco assume i contorni del singolo Cyboogie e del suo incedere curiosamente simile alla versione dei Primal Scream (feat. Kate Moss) di Some Velvet Morning.

Qua e là si ritrovano messaggi che in un primo momento non si afferrano. Si va dalla difesa dei pesci, delle mucche e delle api, fino alla condanna per l’uso della plastica (It’s gonna come and kill us / it’s gonna be massive / it’s gonna be brutal / death will come from plastic). Con l’avanzare dei brani, la produzione si fa sempre più plasticosa, appunto, come a simulare l’effetto di una catastrofe ambientale. E solo allora, quando sul finale sentirete questi suoni sintetici mescolarsi a quello delle chitarre, pronuncerete sicuramente il solito campionario di frasi dell’ascoltatore soddisfatto. Â«Però, non male questo disco». Â«Devo ricredermi». Â«Aspetta un attimo, ci ho preso gusto, me lo ascolto un’altra volta».

Paolo