Torino, 8 dicembre 2018

Luci blu soffuse. Un’atmosfera cantautorale ci racconta storie di Agnese e di Alice che richiamano le protagoniste di canzoni che hanno cullato generazioni e costituito pietre miliari della scuola dei cantautori italiani. Effe Punto. Un ponte tra la voce di Giuseppe Peveri, in arte Dente, e il Francesco De Gregori di “Alice non lo sa” (1973). Semplice. Chitarra, armonica, clarinetto e poche parole di ringraziamento per preparare il pubblico a un’atmosfera intima e tanto attesa.

Eccoli: Rodrigo D’Erasmo (violino e tastiera), Andrea Faccioli (chitarre), Anselmo Luisi (batteria e percussioni), Daniela Savoldi (violoncello), Gabriele Lazzarotti (basso) e lui. Vasco Brondi.

Occhi chiusi e mano battente, come ci ha abituati fin dal primo disco “Canzoni da spiaggia deturpata” (2008).

Coprifuoco. Qualche imprecisione di collaudo e si parte.

Chi ha assistito ai primi concerti de Le Luci della Centrale Elettrica, sa quanto l’aria “scomposta” tra odore di alcool, cavi imbrattati di vino e stonature fosse un marchio di fabbrica che tanto abbiamo imparato ad amare in questi dieci anni di carriera. E invece no.

Regna la compostezza di una band nell’ombra che cerca di tenere su l’atmosfera dell’ultima raccolta “2008/2018 Tra la via Emilia e la via Lattea”, il doppio live uscito lo scorso 21 settembre.

Non solo canzoni, ma anche poesie e racconti che confermano l’idea di Vasco Brondi di mettere in scena un vero e proprio spettacolo di parole e musica, già collaudato in forma embrionale qualche mese fa, proprio all’OGR di Torino. “Torino è una delle prime città dove ho suonato quando sono uscito dalla frontiera ferrarese”, dice.

Brani che si intrecciano passando per Le ragazze stanno bene e Amandoti, cover omaggio a Lindo Ferretti e i suoi CCCP. Il primo salto nel passato. Poche note. Il ritmo si fa incalzante. Gli applausi si scompongono e un’emozionato Brondi, “sventola radiografie per non fraintenderci”, con Cara catastrofe.

Il calore del pubblico nei confronti dei “vecchi” brani sprona Vasco Brondi a fare accenno ai riflettori che si spengono, scherzando sul “stasera sarebbe piĂą opportuno chiedersi perchè non piĂą Le luci della centrale elettrica…in molti in questi dieci anni mi hanno chiesto la scelta del nome. Dovevo suonare a Ferrara prima di un gruppo noto e volevano il nome della band. Non ne avevo uno. “Le luci delle centrale elettrica” risposi. Mi dava eccitazione l’idea di un nome che avesse dentro un senso di panorama. “Sei sicuro? – mi chiesero – Fa cagare”.

Poi via, con quelli che vengono presentati come “drammi shakespeariani”: Macbeth nella nebbia e C’eravamo abbastanza amati.

E ancora Waltz degli scafisti e l’intensa 40km, accompagnata dalle note del pianoforte del maestro Rodrigo D’Erasmo, che regala al live il momento più intenso ed emozionante prima del set chitarra e voce in cui il cantante ferrarese scherza delle sue stonature: “Quando le registravo ero abbastanza fiero del loro valore inciso su demo, che mi permetteva di partecipare a concorsi in cui non mi hanno mai preso neanche pagando”.

La gigantesca scritta COOP e Per combattere l’acne ravvivano nuovamente un pubblico che sembra essere particolarmente nostalgico e riportano Vasco Brondi in quell’atmosfera della sua camera a Ferrara in cui i primi brani hanno visto la luce.

C’è ancora spazio per La terra, l’Emilia, la luna, Ti vendi bene, Stelle marine e Chakra impreziosite dai passi di danza di Ilaria Quaglia.

Un sorriso e sguardo dritto sul pubblico. Un “grazie infinite” prima di A forma di fulmine a chiudere una scaletta, non priva di bis, che ci ricorda che Le luci della centrale elettrica hanno avuto “tutto da vincere e nulla da difendere”.

Sipario.

Renato Murri