Roma, domenica 12 novembre 2017

Riuscire a fare ridere è un dono di pochi. Ma far sorridere è ancora più difficile. La battuta pronta, la simpatia innata, la comicità da cabaret non c’entrano nulla. Gli ingredienti fondamentali, piuttosto, sono un’anima pura, la naturalezza e una rara delicatezza. Micah P. Hinson è portatore sano di tutti e tre questi elementi. Da troppo tempo indicato come il nuovo Dylan, il cantautore originario del Tennessee si distingue dal maestro proprio per questo motivo. Alla boria oltraggiosa del premio Nobel, Micah P. oppone un’umiltà pungente che lo rende unico, diverso, anche se ugualmente complesso.

Tutto questo per dire che Dylan, e come lui altre decine di artisti gonfi di autostima, non mi avrebbe mai fatto sorridere come ha fatto il folletto americano quando è salito sul palco del Monk. Prima ancora che il suo egregio apripista Old Fashioned Lover Boy (qui il report del suo concerto) se ne fosse andato, Micah ha fatto irruzione da dietro la tendina trascinando con sé un carrellino con tutto il necessaire. La sua mitica chitarra acustica con l’adesivo “This Machine Kills Fascists”, una loop station, un pacchetto di sigarette, l’iconico bocchino, un posacenere e una bottiglia di succo di frutta all’arancia. Non lo ha fatto con veemenza, non per scortesia e nemmeno con arroganza. Lo ha fatto in silenzio, a testa bassa, con il suo tipico passo incerto e scoordinato, senza raccogliere applausi e immerso in chissà quali pensieri.

Questo sì che mi ha fatto sorridere. Perché è stato un gesto naturale, sovrappensiero se si vuole, ma totalmente innocuo. Vero è che Micha P. indossa da sempre una maschera. Quella che ogni mattina lo porta a pettinarsi il ciuffo all’indietro e a inforcare gli occhialoni neri alla Elvis Costello. La stessa che prevede ciondoli vari appesi al collo e al manico della chitarra, un’invidiabile collezione di calzini sgargianti e, solo per questa sera, una salopette verdognola che sa tanto di Charlot in “Tempi Moderni”. Ma anche in questo interpreta soltanto una versione un po’ più sfacciata del suo essere in controtendenza. 

Caso vuole che stasera il nostro omino glabro e ben vestito sia di umore eccezionale. Una vera fortuna, perché un’anima pura come lui non nasconde certo le sue inquietudini quando la giornata è storta. Il pubblico disposto sui divani in centro alla sala può quindi godere dei racconti del menestrello come in un salotto accanto all’artista. C’è da suonare un disco, “Micah P. Presents The Holy Strangers”, e il modo migliore per introdurlo è attaccare con la prima traccia. The Temptation Ã¨ una magnifica aria texana, strumentale e desertica, che ammutolisce tutti i presenti nel fumo avvolgente della prima sigaretta di Micah.

Quando inizia a cantare nella successiva The Great Void, la sua voce roca sputata dentro al microfono vintage è un tuffo al cuore che lascia di nuovo senza parole. Com’è possibile che da un torace così minuto e fragile escano tonalità tanto profonde? Con il passare del tempo l’orecchio si abitua a tale meraviglia e, dallo stupore, si passa a un effetto simile a quello di una culla. Le composizioni di Micah, dopotutto, sono piccoli racconti di vita vissuta.

Una vita puntellata di grossi errori, sofferenze, delusioni, tentativi di rinascita. Storie passate, che il folksinger americano infila in un’ora e mezza di concerto e per le quali chiede timidamente di non essere giudicato. Due sere prima, durante il suo live al “Teatro Asioli” di Correggio, ha abbandonato il palco per andare a vomitare. Visti i trascorsi, il giorno dopo sui social gli spettatori lo hanno additato come un alcolizzato e un tossico. Ci è rimasto male, e per questo ripercorre l’episodio sul palco del Monk rivelando a tutti di essere stato colto da un attacco di nausea influenzale. Altro che alcol, quella roba non fa più per lui.

Gli resta il vizio del fumo. E accendendosi l’ennesima sigaretta confessa che la sua vita, adesso, è dedicata in gran parte al figlio, la sua salvezza. Sono nati così, con in sottofondo i lamenti del suo bambino, i pezzi migliori del nuovo album. Lover’s Lane e Oh, Spaceman dal vivo suonano ancora più intense e toccanti. E mentre la bottiglia di succo si esaurisce a grandi sorsate, il concerto si avvia verso la fine fra vecchi brani (Beneath The Rose, Take Off That Dress For Me, She Don’t Own Me) e produzioni più recenti. Se non attacca a parlare, nelle pause Micah fischietta come se fosse in camera sua. E anche questo mi fa sorridere. Perché lo fa con immensa delicatezza, come per non svegliare il figlioletto che dorme nell’altra stanza.

Paolo Ferrari