Si è da poco conclusa la ventunesima edizione di Ypsigrock. Noi c’eravamo, abbiamo provato a seguire tutto. Impresa impossibile quando arrivi a Castelbuono. Ma abbiamo nove bei ricordi da condividere con voi. Non c’è un vero e proprio ordine, a parte qualcosa. Chi ci è stato forse si ritroverà. Chi non c’era ha fatto semplicemente male.

#1 – Dai gas

Sono sdraiato sul sedile posteriore di una Twingo. Il compressore dell’aria condizionata ha la raucedine. Siamo in quattro, il motore arranca al primo tornante. Ci sono quattro valigie gonfie di vestiti e quattro stomaci pieni di caponata. «C’è da scollinare, ragazzi». Alessandra al volante mantiene la calma. Davide, al suo fianco, controlla Google Maps: «Siamo quasi arrivati». Simona guarda le Madonie sfrecciare dal finestrino: ha una maglietta dei Metallica e una notte insonne alle spalle. Io no, non ce la faccio a stare tranquillo. Questa strada la conosco a menadito ormai. I prati bruciati dal sole solleticano la voglia di essere già lì, a Ypsigrock. Per chi non ci è mai stato, non è semplice capire. Ypsigrock è il miglior festival a cui si possa aspirare. La combinazione perfetta fra qualità e sorrisi, sangue e sudore, lacrime e follia. Ma eccoci arrivati, dopo quella curva ci siamo.

#2 – Sali che ti passa

La leggenda narra che per arrivare all’Ypsicamping si debbano sudare sette camicie. Nel 2010 la Yaris della Vedova Tizzini caricò gente nel bagagliaio fino a raschiare la marmitta sullo sterrato. La verità è che questa Twingo, nel 2017, basta e avanza per affrontare la salita. Giù in paese Sergione mi ha detto che i When Due non sono niente male. Suonano al campeggio nella serata di benvenuto. «Andateci che meritano». Ci andiamo e li troviamo già sul palco a dimenarsi. «Hai ragione Sergio, meritano». I When Due, sono una band autoctona e autentica. Ritmo frenetico, batteria, tastiere e qualche corda qua e là. Il pubblico ciondola come in trance. A seguire Fabio Nirta, resident dj e colonna portante del festival. Da qualche parte dovrebbe esserci anche l’amico Triz. Non lo trovo. Il giorno dopo, disperato, mi chiede se può usare il nostro bagno.

#3 – Incudine e martello

Amo la parola fucina. Mi ricorda il fuoco, la cucina, i fucili ad acqua, la Cina, il calore umano e una scena di “Superfantozzi” in cui Filini fa il fabbro nel Medioevo. Una roba pazzesca. Ypsigrock è sempre stato una fucina di talenti. Quest’anno non fa eccezione. Il primo giorno ce ne sbatte in faccia uno via l’altro. Al chiostro di San Francesco suona Bry, classe 1989. Bry è un artista irlandese d’altri tempi. Prima decade dei Duemila, indie-rock nudo e crudo. Nel 2013 sua sorella Fiona è guarita dal cancro. Lui ci ha fatto una canzone che mi piace tanto: You’re alright. Ascoltatela. Sull’altare dell’ex Chiesa del Crocifisso, oggi sconsacrata, sale HÃ¥n, giovane musicista nata sulle sponde del Lago di Garda. La sua voce pulita e fragile (scuola Daughter e Lorde) è una ventata di freschezza contro i 40 gradi dell’ambone. Se in questa chiesa ci fosse ancora la fonte battesimale, si potrebbe fare una battuta sul suo esordio di belle speranze. Sul palco in piazza Castello, invece, ci sono i Cabbage da Manchester: una bomba in bermuda e maglietta, che si attizza post ed esplode punk.

#4 – Tripudio

Qui serve una menzione speciale. I Ride viaggiano su un parallelo irraggiungibile per qualunque altra band. Il loro live al castello vale l’intero festival. Lucidi come sotto un proiettore all’università della vita, massicci come l’Ypsigro su cui sorge Castelbuono. Molti i pezzi dal nuovo disco “Weather Diaries”, ma anche alcune perle dal passato glorioso, tipo Leave Them All Behind e Drive Blind. È il compleanno di Andy Bell e il pubblico intona pure “Tanti auguri”. Lui si commuove e via dicendo. Più tardi vengono avvistati mentre comprano la manna da Fiasconaro.

#5 – Giù al cantiere

Un’altra menzione? Facciamola: i Preoccupations. Nerissimi e potenti. Intensi e ansiogeni. La vera anima dark di Ypsigrock, decisamente più vivi e sinceri dei Cigarettes After Sex, per quanto i due gruppi non si possano paragonare in termini stilistici. Dietro le pelli succede un finimondo. Qualcuno si annoia, io sbatto il testone contro una credenza scaffalata che è solo nei miei pensieri. Sembro il martello pneumatico che usa l’impresa bergamasca al cantiere sotto casa mia. Fa un gran baccano, ma nessun dolore. Concilia il sonno e puntella il dormiveglia di sogni facili da ricordare.

#6 – La polemica

«Certa elettronica è roba da intellettuali pulitini». «I Portishead sono morti e sepolti sotto le macerie di Bristol». «Cosa c’entra l’hip-hop con Ypsigrock?». Lasciateli parlare, lasciateli. La seconda giornata del festival è stata criticata da più parti per la scelta delle band. Lasciateli parlare, lasciateli. I Beak di Geoff Barrow sono la nuova linfa vitale. Futuro anteriore o passato prossimo, poco importa. Rejjie Snow, portentoso rapper irlandese, farebbe alzare anche Diogene di Sinope dalla scala della Scuola di Atene. I Digitalism, con le loro magliette bianche, hanno scatenato il pogo. I ragazzi di Ypsi hanno messo insieme una schiera di artisti eterogenea e mai scontata, concentrando come sempre i nuovi suoni nella serata centrale. Se non piace, cambiate canale.

#7 – Troviamoci lì

Per incontrarci ho dato come punto di riferimento un uomo grassissimo seduto a torso nudo e mutande fuori da una casetta. Me ne vergogno un po’, ma era la cosa più visibile sulla strada verso il chiostro. Deve avermi anche sentito mentre parlavo al telefono: «Quando arrivi all’uomo nudo, gira a sinistra». Ci siamo guardati, le sue ciabatte mi incutevano un certo timore. Ho pensato: «Stai fermo lì, altrimenti non mi trovano». Sono ripassato e lui non c’era più. Deve essere andato a vestirsi per scombinarmi i piani. Per questo mi sono perso la prima parte del concerto dei Klangstof, ennesima rivelazione di Ypsigrock. Vengono dall’Olanda e si divertono un sacco. Amansworld è una canzone che in pochissimi, all’esordio, saprebbero scrivere.

#8 – Privilegi

Non sono un grande fan dei Beach House. Il loro live, però, è stato perfetto. Altrimenti non avrei chiuso gli occhi nel disperato tentativo di divaricare il cuore e lasciare entrare quante più note possibile. Mentre scrivo, qualcuno mi ricorda di essersi dondolato a dovere. Il trio di Baltimora ha suonato tutto il suonabile con un’intensità che solo su certi palchi è raggiungibile. Lo sa bene Edda (presentissimo nella nostra classifica dischi), che nel tardo pomeriggio ha avuto il privilegio di esibirsi in una corte interna al castello dove nessun altro ha suonato durante il festival. Tra gli spettatori (pochi intimi e fortunati, noi dietro due giare), anche un pipistrello che svolazzava in cerca di una meta. Sarà un pensiero banale, ma mi è sembrata la giusta rappresentazione del musicista milanese. Fama da animale sinistro, anima pia senza difese.

#9 – Arrivederci Ypsi

Sono seduto sul lato passeggero di una Opel non so cosa. Francesca mi sta accompagnando alla stazione degli autobus. Ho ancora la granita ai gelsi nello stomaco. Simona guarda le Madonie sfrecciare dal finestrino. Ha una maglietta che non ricordo, perché non importa cosa indossi alla fine di una corsa. Una Opel Corsa, ecco, forse è questo il modello di macchina che mi sta portando alla stazione. Non guardo indietro, mi hanno insegnato a non farlo. Ciao Ypsi, noi andiamo, non ci voltiamo. Niente scherzi, resta lì. Resta come sei.

a cura di Paolo Ferrari

(La foto di copertina è di Roberto Panucci)