Anton Newcombe non è di certo uno al quale manchi il coraggio. Ventisette anni di carriera, ventisette anni di sperimentazione, ventisette anni di amore per i sixties. “Don’t Get Lost”, diciassetesimo album in studio della creatura californiana The Brian Jonestown Massacre, ne è un ennesimo esempio. Da aggiungere per l’occasione, un ritrovato flirt con il periodo di splendore inglese targato Creation Records; qui sono presenti infatti varie influenze da molti capisaldi della regina delle etichette indipendenti, dai Jesus and Mary Chain agli Oasis passando per Primal Scream e My Bloody Valentine.

Ripetizione ipnotica, voce recitata robotica, delay, riff killer di basso e melodia aliena di synth: “Open Minds Now Close” inizia così e con essa questo viaggio nei meandri della mente umana. “Melodys Actual Echo Chamber” è impermeata di una forte atmosfera notturna in salsa dub, il tutto condito da riverberi a profusione, mentre una chitarra acustica ad accordi pieni ed un cantato vero e proprio donano a “Resist Much Obey Little” la forma canzone, o almeno quella che è la forma canzone secondo la visione psichedelica della band di San Francisco.

“Charmed I’m Sure” è uno strumentale fra sonorità acute a più dimensioni e un non so che di squisitamente onirico, “Groove is in the Heart” un duetto di rock metropolitano uomo – donna con tanto di feedback impazziti, “One Slow Breath” una cadenzata nenia spettrale inframezzata da sprazzi di luce flautata. Con “Throbbing Gristle” torna il rock’n’roll ed è fragoroso e rumoristico, con tanto di eco sbiascicato di una band forse meno estrema, ma altrettanto di culto quale quella dei conterranei Black Rebel Motorcycle Club. Memorie Madchester abilmente filtrate attraverso una realtà urbana più contemporanea donano identità a “Fact 67”, mentre “Dropping Bombs on the Sun” ricorda cieli aperti e un pop etereo figlio di progetti relativamente giovani quali Beach House o Cigarettes After Sex.

Il linguaggio extraterrestre di “UFO Paycheck” sa d’incontro fra Factory warholiana e colonne sonore di b-movies fantascientifici; sax e ritmi d’inizio Novecento rendono “Geldenes Herz Menz” jazz notturno da nuovo millennio. In “Acid 2 Me Is No Worse Than War” i nostri ritrovano il mondo dei club, “Nothing New To Trash Like You” è una cavalcata punk malata ed infine “Ich Bin Klang” sancisce la definitiva trasformazione dell’uomo in puro suono, là dove i linguaggi si confondono e non hanno più ragione d’essere fautori di diversità.

Andrea Manenti

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