Questo 2017, in ambito psichedelico, è iniziato col botto. Laddove i padri spirituali Flaming Lips sembrano avanzare loro malgrado un po’ tentoni (non pienamente riuscita può dirsi l’ultima prova “Oczy Mlody” e il suo insistente rapporto con l’elettronica), i figliocci d’acido Foxygen e King Gizzard & The Lizard Wizard riescono invece a tenere alta la bandiera del genere, entrambi grazie alla riscoperta dei mitici seventies, dai quali i primi hanno ripreso un elemento poco utilizzato come l’orchestra, i secondi l’amore per le lunghe suite.

Nono album in appena cinque anni, “Flying Microtonal Banana” arriva a circa un anno di distanza dall’hard rock selvaggio di “Nonagon Infinity” e se il fantasma di Lemmy Kilmister non può dirsi completamente dissolto, bisogna però ammettere che un’evoluzione, sebbene cronologicamente a ritroso, c’è stata: non più i Motorhead bensì gli Hawkwind sono attualmente una grossissima influenza per il collettivo freak australiano.

Nove brani, un’unica ininterrotta discesa nei meandri dell’inconscio. Partendo con il singolo Rattlesnake, massimo punto d’incontro con il precedente album, pian piano infatti i ritmi si fanno sempre più dilatati fino alla conclusione psicotropa dell’arabeggiante title-track. In mezzo citiamo almeno la batteria jazzata di Melting, il rock più quadrato e moderno di Open Water a suo modo debitore dei connazionali Tame Impala, la ballad stonata Billabong Valley, il riffone misto chitarra-organo di Anoxia. Una graditissima riconferma.

Andrea Manenti