Succede quasi per caso, sono le 17, sei in ufficio oberato di doveri, è un giorno qualunque. Fuori un freddo che avvolge e un grigio che non intriga ma stritola, mai come oggi vuole spezzarti il respiro. Ti senti come un bastoncino Mikado. Trac. Ricevi un invito per un concerto di un tale Laish , è un evento quasi improvvisato a pochi kilometri da Milano in una casa di una amica. Ci sono solo 20 posti disponibili. Ti informi al volo su questo artista inglese con due dischi all’attivo. Si chiama Daniel Green, cresciuto nella Yorkshire, vive a Londra e prova a campare della sua musica. Lo ascolti, ti impressiona da subito. Suona un folk-rock emozionale arrangiato con dovizia come solo pochi artisti sanno fare, un ragazzo che soffre, che ama, che lotta e si libera con la sua musica delicata. Il primo brivido c’è. Vai a sentirlo. Passi una serata davvero graziosa, seduto a terra in un salotto rosso, sorseggiando birra e sgranocchiando canestrelli, ti guardi in giro per pochi attimi e poi non riesci piĂą a staccare occhi e cuore dalla voce di questo Daniel. Eccolo li con la sua camicia bianca e la chitarra acustica, apre il suo quadernino verde, sorride e suona. Ti incanta per oltre un’ora con le sue canzoni dolci come miele. Di tanto in tanto si ferma, sorride ancora e racconta senza timori come ha scritto questi brani, per chi gli ha scritti, quando gli ha scritti e perchè. Ti rapisce come solo certa arte sa fare. Cancella lo spazio, annebbia il tempo, ti porta via. Così…

Qui potrete avere un piccolo assaggio di quello che è successo, ahimè conscio di non potervi trasmettere le stesse indescrivibili emozioni vissute ieri sera.

Gli chiediamo di suonare qualcosa per cantare tutti insieme e sfodera un Jeff Buckley da brivido:

Tum Vecchio