Milano, 9 novembre 2016

Questo muezzin elettronico francamente non lo conoscevo. Qualche giorno fa decido di andare al concerto alla Santeria (che acustica cazzo, Santeria!), assai incuriosito dai video che girano su Vimeo. Il concerto è per me uno di quei live che ti ricordi. Qualcosa di assolutamente diverso. Non solo musicalmente. Culturalmente. JIMH è una cosa nuova e fresca che viene da altri luoghi. Roba non anglosassone, insomma. Il mondo arabo. Finalmente, alla facciazza di Donald. Dalle parti della Constellation Records (Godspeed you black emperor!, Silver Mt. Zion e Matana Roberts, tra gli altri) ne sanno assai d’altronde. Radwan Ghazi Moumneh è un libanese cazzutissimo che divide questo fantastico progetto (sono eccessivamente entusiasta lo so, ma in questo momento è così, me ne scuso) col sapiente film-maker canadese Charles-Andrè Coderre, che proietta in 16mm con quattro proiettori dal centro della sala. Lui canta con voce perfetta raffinatissime litanie ambientali che sanno di canti religiosi mediorientali, mentre i video sono per lo più sovrapposizioni di immagini di sperimentazione orientaleggiante. Radwan ha degli improbabili occhiali da sole, immagino per via dei proiettori che gli sparano in faccia, e quando inizia ci faccio un sacco di buone emozioni.

jerusalem-in-my-heart_15-mars-2013_le-national_montreal-pq_gil-nault_01 Apre il concerto con la splendida Ah Ya Mal El Sham, una specie di electro preghiera che rapisce tutti. E si continua più o meno con la stessa intensità, in sonorità ambient-spirituali fuse alla perfezione con la strumentazione (anche quella vocale, intendo) mediorientale. Il concerto durerà un’ora, non di più. Il nuovo repertorio di Radwan non è ancora troppo folto. Non è da tanto che fa queste cose, io comunque compro subito il disco. Anche senza video mi rimanda ottime sensazioni. A parte la quinta traccia, che ha una linea vocale molto piacevole, ma un ritmo di batteria elettronica molto molto fastidioso. Chissà perché? Pare un debito al tamarro che c’è in ogni meridionale (come il sottoscritto, eh). Tanto per chiarire l’identità, le note di copertina specificano che la foto sul retro, di Trevor Hogan, è del 16 luglio 2014, nel corso dell’ennesima offensiva israeliana su Gaza; ritrae Ahed, Ismail, Mohammad e Zakaria Bakr, pochi secondi prima di essere uccisi dalla marina israeliana, mentre giocavano su una spiaggia deserta. Jerusalem in my heart è sicuramente la mia scoperta dell’anno. In terreno popolare diciamo. Ne son tanto felice, è da un po’ che non succedeva.

Paolo Ielasi