allegato-di-posta-elettronicaLa musica dei Goat è il continuo fluire di un rito tribale. Un rito che attraversa tutto il loro percorso artistico fino ad arrivare a questo terzo album, “Requiem”, uscito per la Sub Pop lo scorso 7 ottobre. Le informazioni disponibili su questa band svedese non sono molte. I componenti celano le loro identità e salgono sul palco con indosso delle maschere voodoo. Raramente si concedono alla penna di un giornalista. Preferiscono che sia la musica a parlare per loro. E i suoni che riproducono ci portano ovunque. “World Music”, per l’appunto, era intitolato il loro primo album. Ma una coordinata geografica ci è stata concessa, un piccola puntina inchiodata sul loro sconfinato mappamondo musicale. Sostengono di provenire da Korpilombolo, piccolo paese di qualche centinaio di abitanti dove, nell’antichità, uno sciamano aveva formato una comunità voodoo. Dichiarano di far parte di una comune (da cui “Commune”, il titolo del loro secondo album) e sostengono che la band sia attiva da circa quarant’anni, ovviamente reincarnatasi in vari interpreti col passare del tempo. Ma il mantra è sempre lo stesso. Riff e sezioni di chitarra ripetute spasmodicamente all’infinito, ritmiche tribali incalzanti, colonne portanti di un tempio dell’occulto dove si venera un dio con la testa di capra.

E “Requiem” è la luce, lo snodo, la parte finale del trip. Attraversato il labirinto di psilocibina dei primi due dischi, ci ritroviamo in un paesaggio bucolico, sicuro e rasserenante. Il sorriso inebetito stampato sulla bocca, lo sguardo perso nel vuoto: è sicuramente così che appariamo mentre ci caliamo giù l’ultima pasticca di acido che ci hanno allungato i Goat. Sono arrivate le chitarre acustiche, i flauti e l’atmosfera è molto più solare e sognante. Lo si capisce subito dall’incipit del disco, dove su “Djorolen” ci accoglie il cinguettare di uccellini e la voce a cappella della cantante della band, che intona un coro pastorale simile a una ninna nanna: “Tranquilli, ragazzi, il trip ha preso la piega giusta, ci siamo”. E da qui in poi si alternano momenti di euforia e di riflessione, balli e sedute di meditazione. “Brother, I am your sister, you are my brother, we have each other”, sono le parole pronunciate all’inizio del secondo brano “I Sing In Silence”, primo singolo estratto dall’album. Siamo in una comune, seduti in cerchio e ci teniamo per mano. Siamo tutti fratelli. La voce della cantante ha le caratteristiche di sempre: ritmata, spezzata, cantilenante. È lei la sacerdotessa che guida le preghiere e i canti del gruppo. Parte “Temple Rhythms”, momento strumentale, si balla attorno al fuoco.

GOAT promo photo

“Alarms”, il brano successivo, si avvicina molto più alla forma canzone classica, sembra un pezzo uscito dal repertorio del buon vecchio Country Joe McDonald. Poi si inizia a viaggiare. Si passa dall’america latina di “Trouble In The Streets” e di “Psychedelic Lover” per arrivare fino alle aride terre arabiche di “Try My Robe”. Nel mentre, piccolo incidente di percorso: “Goatband”, settima traccia, segna il punto più cupo dell’album. Sembra che gli incubi riaffiorino, ma è solo una ricaduta. La luce è dietro l’angolo. Si torna al country con “It’s Not Me” e sembra che i Can abbiano ingoiato la Incredible String Band e l’ abbiano risputata fuori su questo pezzo. “All-seeing Eye”, è un ponte, un breve brano che traghetta verso l’imponente “Goatfuzz”. Sicuramente uno dei pezzi più aggressivi, decisi e imponenti. Super riff di chitarra impastata di fuzz. Ma è sulle ultime due tracce che occorre concentrarsi. “Goodbye” è un ottimo brano di chiusura: positivo, solare, sognante. Parte rilassato e scarno e con il passare dei minuti prende corpo, si sviluppa. Entrano una miriade di strumenti e con una lieve, ma ben percettibile, accelerazione nei bpm ci accompagnano all’apice dell’esperienza mistica, alle porte della percezione (per dirla con le parole Aldous Huxley). Sembra la naturale conclusione di un percorso, ma così non è. C’è un rebound, un effetto indesiderato e inaspettato. Si chiama “Ubuntu”. È l’ultimo pezzo e si presenta con una linea di tastiera sospesa nell’etere. In sottofondo, una voce preregistrata. Ci stiamo addormentando davanti alla tv dopo una giornata faticosa ma redditizia. E tutto a un tratto, senza motivo, cominciano ad affiorare i ricordi del passato: il brano sfuma, si impasta e spunta il riff di “Diarabi”, prima traccia del primo album. E’ un uroboro musicale, un ciclo infinito. Le sostanze sono ancora in circolo, ribollono nel sangue, e chissà dove ci condurranno.

Alessandro Franchi